sabato 5 maggio 2018

Tunisia 2018, parte II: da Chott-El Jerid a Tataouine

...Erano gli arabi erranti, membri della grande tribù degli uomini che dedicano la loro vita al trasporto delle merci, per terra e per mare. Poco più che nomadi, nutrono un profondo disprezzo per chi dimora in paesi e città, e ancora oggi il loro motto è “solo il somaro vive al riparo”…

Robert E. Fulton, One Man Caravan

My horse rests. And admire the view... 
14 marzo. Ero stato nella Valle della Morte, qualche anno fa. Bello eh, non si discute. Ma i miei occhi erano rinati qualche centinaio di chilometri più avanti, sulle montagne di Mammoth Lake e sullo Yosemite ParkChott-El Jerid però ha qualcosa che mi si appiccica addosso e fatica a staccarsi…
Cosa sia, non lo so. Proviamo a parlarne come dallo psicanalista? Ok, sono comodo e indosso perfino la felpa della NWSE, quella bella della domenica. Allora: il cielo è di un azzurro terso, le nuvole sembrano gonfiarsi di pece, l’acqua salmastra che ristagna sembra sangue, la terra bianca come la neve. La storia di questo posto è incredibile: cinquemila metri quadrati di depressione, umida nel sottosuolo che riarde ai 50 e più gradi dell’estate, con i cristalli di sale che rendono il paesaggio surreale. Noi attraversiamo questa immensità su un nastro d’asfalto nerissimo, incrociando di tanto in tanto qualche turista indigeno e molti camion che, evidentemente, caricano il sale in qualche stabilimento lungo la P16, certamente una delle strade più desolate del pianeta. Plinio ed Erodoto ritenevano che questo luogo fosse il leggendario lago di Tritone e pensate che un italiano, Antonio De Martini, ha presentato alle autorità tunisine un progetto, evoluzione di uno studio di Ferdinand De Lesseps, il progettista del canale di Suez, per collegare Chott-El Jerid al Mediterraneo, dopo averne abbassato il letto di sei metri, per portare il mare nel cuore del deserto, con tanto di isolette ricavate dalle terre scavate, per farne luogo di sosta degli uccelli migratori. Del progetto, non se ne sa niente, nonostante le autorità del paese si fossero dette interessate…
Comunque, attraversiamo questo mare di sale e ne approfittiamo per l’immancabile sosta e per allungarci anche all’interno, dove la carcassa di un vecchio autobus, anch’essa finita lì chissà per quali motivi, biancheggia al sole come le ossa di un transformer abbattuto.

P16. 
An abandoned bus in a dry salt lake at Chott-El Jerid
My salvation lies in your Love
Questo non lo rimette in moto più nessuno...
L'acqua salmastra che ristagna, sembra sangue...
O questo??? Sarà mica Piero?
Marisa in azione
Africa's WC
Possiamo anche sperimentare gli effetti di qualche miraggio: guardando l’orizzonte non si capisce se quella che si staglia sia l’immagine di un qualcosa, il riflesso di qualcos’altro oppure un esempio di Fata Morgana. Sì, è lei: Fata Morgana.

Miraggi
Giorgio & Linda, father and daughter
Camels ahead 
Leilà è là
Kebili, la strada diventa C206: non abbiamo troppo tempo e quindi la nostra visita si limita ad un passaggio nel centro di quella che è considerata una delle oasi più antiche del Nord Africa, con testimonianze di vita risalenti a 200mila anni fa. Civitas romana a seguito della guerre puniche, Kebili è stata in passato il crocevia del mercato di schiavi per l’Europa, con carovane dirette al porto di Gabes, nel profondo mediterraneo. Qui si coltiva il dattero, considerato uno dei migliori del mondo, e nonostante il governo abbia incoraggiato il turismo, la meta prediletta dei viaggiatori resta Douz, la porta del Sahara, più a sud.

Coffe shop in the desert...
Mausolei lungo la strada...
Alle porte di Kebili
L’aria cambia, a Douz: la città è bella grande e tutti quelli che intendono visitare il Sahara tunisino, finiscono col passare da qui. La Lonely Planet dice che la città è come un’immensa tenda per il turista, ma in realtà qui si sono allenati anche i più grandi rallisti, Fabrizio Meoni in testa. Quando arriviamo capiamo subito che si tratta di una città dinamica: è primavera e tutti sono in giro. Il Souk centrale è animatissimo e basta percorrere qualche chilometro verso Sabria per vedere il maestoso Erg. E pensare che io credevo fosse la marca di una benzina…
Prima di proseguire per Ksar-Ghilane, deviamo appunto verso Sabria per l’Erg (e non per fare benzina): qui il Ciocio insiste per mostrarci la caparbietà dei Berberi che abitano questo piccolo villaggio, eroso giornalmente dall’avanzata della sabbia. Appena una casa è inghiottita dalle dune, gli abitanti di Sabria ne costruiscono una un po’ più in là…
Pazzesco.
Sono 28 chilometri di apnea: un po’ perché la sabbia qui è come la neve in montagna. Basta un alito di vento e la strada sparisce (per fortuna che abbiamo con noi la famiglia Giletta e Lavalle, che costruisce gli spalasabbia!), un po’ perché qualcuno col KTM scivola (pare il marito di Romina...) e fa prendere uno spaghetto al Ciocio, che seguiva il gruppo. Niente di grave, nemmeno un graffio sulla carena del Kappone.
Apnea anche perché il mondo qui è davvero un altro. Arriviamo a Sabria all’ora della preghiera, quando il Muezzin della moschea chiama a raccolta i fedeli.
Non tutti, però: i ragazzini si trattengono con noi a guardarci. E nei loro occhi, la libertà berbera si manifesta. Io non colgo nessuna invidia per il benessere che portiamo addosso e sotto la sella. Curiosità, forse. Ma non invidia.
Di Sabria c’è poco anche su internet: poco lontano, da qualche parte, resiste agli attacchi del tempo un fortino della Legione Straniera, ma dopo la tempesta di sabbia che ci ha preceduti, tentare di raggiungerlo con le nostre mukke stracariche è oggettivamente impossibile…

Ecco Sabria...



Le ragazze di Sabria...
Il cibo di Sabria...
Il cartello coi bimbi di Sabria...
I bimbi di Sabria...
Un mausoleo di Sabria...

Visto anche quest’angolo sperduto di mondo, torniamo a Douz, dove il Ciocio conosce un ristorante d’eccezione: La Rosa. L’ambiente è molto motoristico, con foto che ritraggono i campioni delle Dakar d’un tempo, che venivano – come già detto – ad allenarsi in questa parte di Erg. Mangiamo ciccia alla brace, probabilmente macellata nel retro, ma comunque tutto molto buono. 
Molinari non si smentisce, e desideroso di impartire ordini a chiunque abiti al di fuori del Sud Tirolo, comanda a Ciocio di andare in un altro negozio a comprargli un maklub.
Ne ho le prove.

Continua a preferire i canederli...
Manca giusto il terzo per il burraco...
Red man cooking
Una specie di McDrive...
Fa solo finta...
Per arrivare alla meta di oggi, Ksar-Ghilane, prendiamo la C104: fate benzina, perché dopo è molto dura trovare qualcuno diverso dai contrabbandieri di carburante proveniente dalla Libia e, probabilmente, destinato a rimpinguare il borsello di qualche sultano integralista. Si va avanti per una settantina di km (67,4 in realtà) e in prossimità dell’unico quadrivio si svolta a destra, sulla C211, la famosa Pipe Line.
Due parole su questo incrocio (33.575836, 9.684987): Io e Angela, desiderosi di allungare un po’ da soli, ci fermiamo qui per un'indicazione, quando, dalla baracca vicina, che ospita il Cafè Jelili, spunta fuori una donna berbera bellissima, nonostante gli anni, con un paio di sandwich e un the alla menta. Il the, delizioso. I sandwich non lo saprò mai.

La fantastica C104
El regàl descanso
Sosta al Caffè Jelili
La curiosità...
Il the alla menta (zummate sul sandwich)... La Paola sembra felicissima!
Les autres arrivent: Paolo & Marisa e Pietropaolo
Our Pipe-Line (© Mario Lavalle)
Fino a pochi anni fa, la Pipe Line era una pista, sterrata, di servizio per l’oleodotto che ci corre parallelo. Oggi l’asfalto l’ha probabilmente trasformata in qualcosa di meno avventuroso: bisogna comunque fare attenzione alle buche, vere e proprie voragini che si aprono sul bitume come se ci fosse scoppiata una mina. Mentre raggiungiamo Ksar Ghilane, l’oleodotto corre sulla nostra sinistra, assolutamente parallelo alla strada e di tanto in tanto c’è qualche “tecnica” dell’esercito tunisino con una bella mitragliatrice Browning puntata su di noi, in compagnia di veicoli MRAP nuovi fiammanti, di evidente fornitura americana. Non li fotografiamo, perché la legge lo vieta e perché non abbiamo alcuna voglia di avere guai, così lontani dal nostro mondo. Se qualcuno dei lettori non ci crede, ci provi: giusto a una decina di chilometri dal bivio troverete una casupola bianca, sulla vostra destra. Scendete e fotografate: da quella caserma, sono pronto a scommettere, usciranno immediatamente gli inquilini.
Più socievole, invece, il titolare del Caffè Bir Soltane, uno dei simboli delle avventure off-road del deserto tunisino che ha, insolitamente, anche un account Facebook (eccolo): chiunque passi di qua, ha l’obbligo morale di fermarsi. Noi non ce l’abbiamo fatta: io avevo il solito problema (non sono cazzi vostri) e quindi ho imposto fretta anche alla mia amata passeggera! Dicono che i sandwich qui siano davvero eccezionali…
Comunque, dai e dai arriviamo a Ksar-Ghilane.
La parola Ksar, in arabo significa castello: qui ci sono i resti di una fortificazione risalente all’Impero Romano e costituiva, all’epoca, uno degli ultimi avamposti prima del deserto. Il governo, nel 2012, lo ha proposto all’UNESCO affinché lo inserisse nell'elenco del patrimonio mondiale, ma ad oggi non abbiamo notizie di una decisione…
Sembrerebbe un posto dimenticato da Dio (o da Allah), ma qui c’è stato un tempo in cui arrivava perfino la ferrovia e poco vicino, nel 1943, i francesi sostengono di aver dato il loro decisivo contributo in una delle tante battaglie. Nel 2010, invece, c’è caduto pure un meteorite, chiamato ovviamente Ksar Ghilane 002!
Ksar Ghilane (قصر غيلان) è però soprattutto un'oasi, posta al limite orientale del grande Erg Orientale, un benzinaio gigantesco. 
È probabilmente la più meridionale delle oasi tunisine ed è alimentata da una fonte di acqua calda in cui si può fare il bagno e che sembra virtù termali: a leggere i report di viaggio dei fuoristradisti più consumati, prima dell’asfaltatura della Pipe Line il fascino era assai diverso…
Ora, purtroppo, attorno al laghetto ci sono due o tre bar pieni di nullafacenti, svariati noleggi di quad, le rovine dei vecchi ristorantini e una caserma della Garde Nationale, il cui comandante, un giovane sergente in borghese, ci avvicina con fare gentile e con un certo savoir faire ci interroga.
"Chi siete?", "da dove venite", "quanti siete?", "dove andate?"...
"Un fiorino..."...
Dalla maglietta spunta però l’inequivocabile silhouette di una Glock 34.
Ma quante ne so?
È molto gentile, si capisce che gli piacciono gli italiani, e al ritorno a casa scopro perché: la Garde Nationale tunisina, per il contrasto al terrorismo, dispone di 6 motovedette Vittoria classe  800/P58 da 35 metri, 6 motovedette Vittoria classe 700 di 14 metri, 8 motovedette classe Squalo da 14 metri, 2 motoscafi classe 500 e 3 elicotteri Bell 429, tutti donati dall’Italia.
Esticazzi.
Poco fuori del villaggio turistico, c’è un accampamento dove vivono, mi ha detto il sergente, una cinquantina di berberi, alcuni dei quali vendono anche benzina di contrabbando.
Il campo tendato sarebbe bellissimo, ma è in evidente rovina: Piero è furioso perché la wi-fi non funziona! Ma non è che hanno un problema tecnico: non gliene frega niente di accenderla, e Piero, l'uomo più calmo del pianeta s'incazza come una iena!!!
Mi raccomando, noleggiate un quad e andate nel deserto.

Il campo tendato
MI casa es tu casa. Mejor si es tu casa, y eso es todo...
A lei piace!
A me un po' meno... Bada il Balli come se la ride!!!
Il tramonto dal forte (© Paolo Molinari)
Desierto 1(© Linda Ropelato)
Desierto 2 (© Linda Ropelato)
Questa foto non so di chi è, ma l'amore che sprigiona è immenso... (Ciocio dorme?)
La serata trascorre tranquilla: i ragazzi scalmanati del gruppo vanno con le motorette a quattro ruote in mezzo alla sabbia dell’Erg, mentre io e Angela ci fermiamo a sorseggiare una bibita al bordo della piscina termale. C’è la wi-fi!!! Così, mentre Piero schiuma, noi scarichiamo whatsapp, leggiamo la posta, ci documentiamo sulle sorti del nostro paese… insomma, ci ricolleghiamo al nostro mondo, anche se a tratti, e scacciamo i sintomi della sindrome del nuovo millennio, la F.O.M.O., acronimo di Fear Of Missing Out.
Dopo cena, dopo aver guardato il cielo da una torre e aver capito che oltre la luce della nostra civiltà c’è un cielo punteggiato da miliardi di stelle, entriamo nella tenda africana (in realtà il freddo è degno di un igloo artico) e ci iberniamo fino alle 6 del mattino, quando il deficiente che scrive si accorge che il condizionatore ha anche una pompa di calore. Così, almeno per un’oretta, torniamo a una temperatura compatibile col sangue caldo dei primati.
Sottofondo, Piero bestemmia ancora per la mancanza di wi-fi (mentre Dodi se la ride). 
Poi Ciocio suona l’adunata: è l’ora del pane cotto nella sabbia, il famoso pain de sable, come lo chiamavano i coloni francesi quando se lo facevano preparare dai loro sudditi berberi…
Per prepararlo, i nostri amici tunisini, utilizzano almeno tre tipi di farina diversi, poi acqua, un po’ di lievito madre, se c’è, legna di palma e datteri: quindici minuti, con la sabbia che funge da forno, una bella spazzolata facendo attenzione a non rompere la crosta e… voilà.
Io, naturalmente, non mangerei nulla del genere, nemmeno con la nutella…
Ops…

Oh cazzo! Beccato! Vabbè, facciamo un passo indietro...
I nostri panettieri tunisini (non vi dico le mani...)
Ecco il "dolceforno" modello "Sahara"...
Arriva il grande momento...
Ormai in abbandono, questi erano i ristoranti pre-asfalto sulla Pipe Line...
Alla fine, si riparte.
Ripercorriamo la Pipe Line al contrario, allontanandoci un po’ dal confine Libico (qui siamo all’altezza di Tripoli) e al bivio del famoso caffè Jelili, dove ieri abbiamo bevuto il the, svoltiamo a destra riprendendo la C104 verso Tamazret.
Prima di arrivare al bivio, raggiungiamo due camionette dell’esercito. Mi metto rispettosamente dietro, quando Pietropaolo sopraggiunge col suo “milleeddue” e le salta tra un dosso e l’altro…
Ma la sorpresa più grande arriva quando raggiungiamo il bivio, dove le autorità tunisine, venute a conoscenza dell’incazzatura di Piero, hanno predisposto un collegamento tutto per lui!

Piero's Wi-Fi!!!
Ho fatto male i calcoli e sono un po’ a secco di benza: oggi dobbiamo macinare più o meno 300 chilometri e mi spiacerebbe far rallentare il gruppo. Comunque, papà Ciocio pensa a tutto e comincia ad armeggiare col suo cellulare-satellitare e allerta la Nimitz, alla fonda al largo di Bengasi. 
Un A-10 Wartog dovrebbe paracadutarci un paio di taniche più avanti…
Dov’ero rimasto?
Ah sì: ripartiamo e in direzione di Tamazret percorriamo una decina di chilometri in un paesaggio splendido, improvvisamente diverso dal deserto: asfalto perfetto, sole, temperatura ideale…
Una sosta tecnica, nonostante il vantaggio preso, mi costa nuovamente l’ultima posizione, che tengo rispettosamente fino al centro abitato, dove ci aspetta la visita a una casa troglodita...

Le colline di Tamazret
Centauri locali...
Princess Leilà and Millennium Falcon
Il villaggio di Tamazret
Tamazret è un paese berbero che domina una collina di 500 metri, pulito come una città svizzera, e abitato da mezzo migliaio di persone, molte delle quali vivono esclusivamente di turismo: qui, più che altrove, è stato evidente l’effetto della cosiddetta diaspora tunisina, originata dopo l’indipendenza del paese nel 1956. Il ritorno di soldi dall’estero, ha consentito a questo borgo berbero di mantenersi e di mantenere integra l’intera architettura delle case tradizionali. Poco più avanti, visiteremo infatti una casa troglodita, dove un piccolo bambino dal suggestivo soprannome di Rambo solleva qualsiasi cosa più pesante di 100 chili come se fosse una piuma…
Altra cosa particolare di questo luogo, è che qui si parla forse l’ultimo esempio di lingua berbera, che nel resto del mondo si è lentamente fusa agli idiomi locali…
Le case troglodite (quelle della vicina Matmata sono state set di altre scene della saga di Guerre Stellari), a dispetto del nome che portano - dal greco antico τρωγλοδύτης (si pronuncia troglodùtes), composto da τρώγλη «caverna» (si pronuncia trògle) di δύω «penetrare in un luogo» (si pronuncia dùo) (w l’educazione classica) - non è la casa dei Flintstones. Si tratta di abitazioni scavate nella roccia, fino a 8 metri, progettate come veri e propri condomini, solitamente riferiti a una sola famiglia, in maniera tale da poter raccogliere acqua, conservare i cibi e ripararsi dalla calura estiva e dal freddo invernale…

Il letto di Fred Flintstone
Gli attrezzi di Wilma
La casa di Barney Rubble
Il letto di Bettie...

« Flintstones, meet the Flintstones,They're a modern stoneage family.From the town of Bedrock,They're a page right out of history.... »

Colors...
E questa è stata la loro ospitalità...
Prima di mostrarvi “Rambo”, direi che il soprannome giusto sarebbe stato “Bamm Bamm”, per l’appunto il figlio di Barnie e Bettie, dalla forza enorme!

Rambo, alias "Bamm Bamm"...
Il viaggio continua sulla C104 e finalmente, a Matmata, città berbera dove Star Wars IV ha avuto il suo set principale, gli aerei americani hanno paracadutato le taniche di benzina. Riforniamo rapidamente, e continuiamo sulla stessa strada in direzione di Toujani, altro villaggio berbero, dal quale iniziamo la discesa verso Mededina e, infine Tatatouine.
Se avessimo avuto più tempo – la prossima volta lo faremo – avremmo potuto soffermarci in visita alle case trogloditedi questa città, ma siamo appena a metà strada e ci sono ancora tante cose da fare.

L'A10 Wartog ci paracaduta la benza...
Ecco il signor Erg!!! Finalmente!!!
Io e Angela restiamo indietro e il panorama che ci si apre, in questa parte del governatorato di Gabès, è incredibile: curve su curve, purtroppo su un asfalto molto ruvido, che mangia le gomme e le digerisce ammucchiando riccioli di pneumatico sulle spalle. Da qui il mare non sarebbe nemmeno troppo lontano e chi c’è stato dice che le oasi sahariane sul mediterraneo, paradiso di bagnanti e di uccelli migratori, varrebbero bene una visita: la strada si inerpica su una piccola catena montuosa, nelle cui valli si snodano letti di fiumi che devono essere stati impetuosi.
O che lo sono ancora, improvvisamente, come nella canzone di De André: dopo i massicci bombardamenti alleati, che cercavano di distruggere il presidio militare dei tedeschi, Gabès e tutti i suoi dintorni sono stati devastati a più riprese proprio dalle piene, ma il colpo di grazie è arrivato sul finire degli anni ’70, quando la popolazione della città, divenuta distretto chimico, è stata decimata da malattie polmonari e cancro. Alcuni osservatori, l’hanno definito “genocidio urbano”.

La bellissima C104
Uno spettacolo, il territorio di Gabès
Uno spettacolo, il territorio di Gabès (2)
Letti di fiume dormienti?
Prima di arrivare a Toujane, abbiamo il tempo per ammirare il soccorso a Mario! Filo della frizione, ciaooooo!

Giorgio e Danilo: cosa fotograferanno questi curiosoni?
Opsssss...
Ed eccoci a Toujane, un bellissimo villaggio di montagna, ovviamente berbero, curiosamente diviso in due parti da una valle. Se cercate notizie di questo avamposto umano, scoprirete due cose, informazioni senza le quali la vita avrebbe avuto oggettivamente poco senso:
1)     Qui si svolgono diverse missioni nella modalità singola e multiplayer del videogioco del 2005 Call of Duty 2, in particolare una delle missioni in cui il giocatore deve controllare un'auto blindata; 
2)     Parte del film “La folle de Toujane” (1974, di René Vautier) è stata girata in questo villaggio… Probabilmente, una cagata pazzesca…
Noi ricorderemo questo luogo per la bellezza e per alcune immagini particolari… Le due parti del paese si guardano reciprocamente, sorvegliate a vista dai resti di una fortificazione, mentre sul fondo della “V” scorre un placido torrentello che, nella stagione delle piogge, fa sicuramente paura. Lentamente, poi, il corso d’acqua finisce in una pianura, dove l’agricoltura la fa da padrona.
E anche il caldo…
Notiamo, nelle foto che seguono, lo spiccato spirito di sacrificio degli uomini di queste parti. Lui passeggia tranquillamente, mentre le sue due mogli guidano il gregge, portano una trentina di chili di erba ciascuno in un sacco e hanno due bambini a cavacecio.

Toujane, right side

Toujane...

I resti della fortificazione...
La moto carovana...
Toujane...
Le due mogli...


Ancora Toujane...
Bene. La pianura ci accoglie con la sua calura e con un gigantesco pietrone che le gomme di un’auto che ci stava davanti mi finisce sulla visiera, miracolosamente intatta dopo l’urto. La strada si allunga in rettilinei senza fine, trafficatissimi, e da Médenine a Tatatouine facciamo veramente fatica a mettere la quarta. A Médenine riforniamo, mentre Mario – grazie all’intraprendenza di Asia – riesce a riparare il filo della frizione, dopo essersi sciroppato un paio d’ore di Tom & Jerry sulla Ciocio Bike. L’Hotel, il lussuoso Sanghoo, risente della profonda crisi che ha investito il turismo del paese, ma resta comunque una sistemazione più che dignitosa.
Pranzo veloce, quasi una merenda vista l’ora, e poi via, verso Ksar Ouled Soltane( قصر أولاد سلطان).
Qui, in cima a una collina rocciosa, accanto a un minareto, ci sono i famosi granai fortificati, i ghorfas, dove i berberi tenevano al sicuro il frumento dalle scorrerie dei clan rivali e dove è stata ambientata gran parte di “Star Wars I: la minaccia fantasma”, dove venivano tenuti a dormire gli schiavi e dove il nostro Anakin Skywalker, futuro Darth Vader e padre di Luke, è cresciuto guidando gli sgusci nelle corse.
Non dimentichiamo, che nell'universo di Star Wars, il pianeta dove Luke è cresciuto, tatooine, porta il nome del capoluogo di questa regione, Tataouine...
Fa davvero una certa impressione camminarci attorno, salire le ripide scale e entrare nelle anguste porticine. Di questo luogo ricorderò anche lo sguardo di un ragazzino che mi ha scroccato qualche sigaretta, l’inquietante carcassa di un dingo messa a guardia di un salon du the, e il saluto educato di quattro ragazzotti attorno ad un calcio-balilla, che all’unisono hanno risposto “bonjour madame” alla voce di Angela…

Ksar Ouled Soltane: i ghorfas
Romeo & Giulietta
Il dubbio è: il the era avvelenato?
Ksar Ouled Soltane: i ghorfas
Ksar Ouled Soltane: i ghorfas
Ksar Ouled Soltane: i ghorfas
Toh, anche Leilà è qua...
I quattro ragazzi al calcio-balilla 
Direi che per ora, mi fermo qui. Ci sarebbe, in realtà, da parlarvi della moschea dei sette dormienti, di Chenini e dell’arrivo di Doc Pedrini e della fida Gabriella, paracadutati, pare, su indicazione del Ciocio, al solo scopo di trascorrere qualche ora con noi. Ma per questo, c’è tempo. 

© Lorenzo Borselli – Tutti i diritti riservati














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