martedì 1 maggio 2018

Tunisia 2018, parte I: Tozeur e la pista di Rommel

"... Hey Babe, take a walk on the Wild Side..."
Lou Reed, 1972

Chott El Jerid, pressi di Tozeur
C'è mare grosso, là fuori. La chiglia sbatte forte sui marosi, dopo aver imposto ai nostri stomaci i vuoti del rollio. E' notte fonda e fa freddo: faceva freddo anche ieri mattina e ce n'eravamo accorti subito, appena usciti di casa, mentre facevamo colazione aspettando Bernardo...
Bernardo, un marcantonio di un metro e novanta che arriva dalla gloriosa Romagna, farà con noi quei 250 chilometri che ci separano dal porto di Genova, dove ci imbarcheremo. Tutto è cominciato così: prima c'è stato solo il tempo di qualche telefonata e di un pugno di mail. Comincia a piovere sulla salita del Monte Quiesa, e qui scopro, quando apro la borsa, che l'antipioggia di Angela non c'è. Avrei preferito farmi passare per le armi, piuttosto che averle dovuto dire che me l'ero dimenticata.
Si chiama "dissonanza cognitiva" ed è stata teorizzata da Leon Festinger, insieme alla teoria del "confronto sociale", nel 1957: ammetto di aver sbagliato o persevero nell'errore, cercando lo sbaglio al di fuori di me stesso? Cioè: "Angela, sei tu che non l'hai presa".
Non ho chance: devo ammettere l'errore, con la conseguenza di ridurre la mia autostima, sentirmi in colpa e minacciare la mia integrità, oltre che assestare un primo tremendo colpo al mio ego. 
Il secondo arriva quando lei esce dal benzinaio con la soluzione del problema...

Ce(d)rata gialla
Poco dopo incontriamo Dodi e Piero e sotto una pioggia freddissima e incessante arriviamo al porto, dove tutta la truppa è già arrivata e sta già preparando le carte e sbrigando formalità, le stesse che poi ripetiamo al porto di Tunisi, nel tardo pomeriggio del giorno dopo, quando rivediamo e abbracciamo Ciocio con la sua splendida Asia e quando iniziamo a prendere le misure del paese che abbiamo appena iniziato a visitare e delle sue strade.
Arriviamo a Al-Qayrawan che è già buio da un paio d'ore: Kairouan, questo il nome occidentalizzato, è la città delle trecento moschee, patrimonio mondiale dell'umanità, e prima tappa del nostro viaggio. Dopo una cena frugale (ahahahahahahahah!!!) all'hotel Kasbah, una guida dell'hotel ci porta a fare un piccolo giro tra le mura, sotto l'occhio vigile di tre gorilla della polizia in abiti borghesi: questa è una delle città sante dell'Islam ed una delle poche nelle quali anche a noi infedeli è consentito accedere all'interno degli edifici sacri, molti dei quali, dicono, molto ricchi di storia e arte. La Grande Moschea, costruita contemporaneamente alla fondazione della città, nel 670, è la più antica del mondo islamico. È un peccato mortale, in tutti i sensi, non poterla visitare, insieme magari alla "moschea" del Barbiere di Maometto. 
In realtà non è proprio una Moschea: è un mausoleo, la tomba di Abou Dhama el-Balaoui, persona che accompagnava sempre  Maometto e soprannominato Sidi Sahab - colui che porta tre peli - perché aveva sempre con sé tre peli della barba del Profeta; ma questa non l'abbiamo vista. 
Abbiamo visto invece la Moschea delle Tre Porte o Kahiroun, ovviamente da fuori vista l'ora e la scorta della polizia tunisina che non vedeva l'ora di metterci a letto, una delle più antiche della città. La Porta di sinistra per gli uomini, quella al centro per l'Imam e quella di destra per le donne...

Lavori in corso, dell'Unesco, alla Grande Moschea di Kairouan  
Il Minareto
La Moschea delle Tre Porte
Il risveglio è dei migliori: la colazione abbondante ci rinvigorisce e ne avremo bisogno, perché la strada di oggi - siamo al 12 marzo - ci porta fino a Tozeur, nei paraggi del set di George Lucas e del suo primo Guerre Stellari. Qui, finalmente, io e Molinari potremo passeggiare sulla sabbia del pianeta di Luke Skywalker, l'ultimo Jedi: Tatooine. Ripenso alla prima volta in cui ho visto quel film. Mio babbo mi portò a Prato, al cinema, in un pomeriggio di dicembre del 1977. Entrammo alla fine del secondo tempo, la gente fumava, in sala, molti stavano in piedi, ma riuscimmo a rivederlo tutto. 
Luke e Obi Wan si allenavano con le spade laser, mentre C1P8, che poi ha cambiato nome in R2D2, e D3BO, poi ribattezzato C3PO, mi facevano fantasticare sul mondo di quella galassia lontana lontana.
Che pomeriggio, quello. 

Indimenticabile, come tutti i momenti nei quali un bambino resta solo con il suo Eroe preferito, suo padre...


Padre, io lo so. C'è del buono in te...
Siamo al 12 marzo: ci alziamo presto e lasciamo la città diretti a Tozeur. Il paesaggio cambia, lo si capisce subito, perché lasciamo il bordo del deserto, il Sahel, ed entriamo nel deserto vero e proprio, il Sahara. 

Le moto si allineano sulla strada e sfrecciano sui rettifili circondati da cespugli, qualche esile alberello, tanta roccia e soprattutto plastica. Ce n'è dappertutto: vola, si attacca agli arbusti, si ammucchia e in buche improvvisate viene bruciata. La puzza di diossina, in alcuni tratti di strada è insopportabile. Però il luogo è bellissimo e ogni volta che lasciamo i piccoli centri abitati, le colture di sorgo e miglio che sopravvivono all'estate si alternano ai pascoli dei primi pastori nomadi, al sicuro dentro le loro tende improvvisate mentre cammelli e pecore se ne vanno a spasso a cercare qualche spuntino. Nella consapevolezza, queste ultime, che il loro destino è atrocemente segnato e ricordato loro dai quotidiani e crudeli riti della macellazione, quando le povere bestie vengono sgozzate, sventrate e spellate davanti alle altre ancora vive. Ecco, nelle foto che abbiamo scattato a un'oretta di strada da Kairouan, c'è tutto quello di cui vi ho appena detto...

Cosa farà quest'uomo?
Scanna, sventra, spella.
Stiamo percorrendo la Route Nazionale 3 e questo è ciò a cui abbiamo assistito dopo che Asia, la bellissima figlia di Ciocio, ci aveva ordinato di accostare per una pausa caffè...

La bellissima Asia e la regina del deserto, la Mokona...
La Mokona, che vedete in primo piano davanti al visino angelico della bella Asia, è manovrata come al solito da Marisa che, insieme alla Dodi, provvede anche alla distribuzione della preziosa bevanda, preparata, nel resto del mondo più o meno civile, con ricette stravaganti e disgustose. Qui, in Tunisia, la gran parte della gente sorseggia soprattutto il the, lasciando il caffè alla gente che frequenta le zone costiere.

Il Paolo sta cercando "capre" su google...
C'è un uomo, però, che ha percorso migliaia di chilometri in sella per le capre.
Sì, avete capito bene: le capre. E questo, non per motivi animalisti o nutrizionali. Paolo cerca ancora le capre sugli alberi e lo capiamo subito, perché rallenta davanti ad ogni arbusto e ne ispeziona ogni angolo della chioma. Ok, non siamo in Marocco, e anche se capita di vedere, ogni tanto, una pianta di argan, qui le capre stanno con le zampe per terra. Comprendere che qui non si possa ripetere il miracolo arboricolo, però, non sarà facile per lui, e per fargli realizzare questo assunto, Asia e Ciocio hanno pensato al metodo di Jean Piaget, uno dei padri degli studi sui processi cognitivi nell'età evolutiva.
Così, nei pressi di Hajeb El Ayoun, io e Angela - incaricati dalla guida del viaggio - ci stacchiamo dal gruppo, portando con noi lo strumento del sapere: una capra.
Una capra tirolese da far salire su uno degli alberi che troveremo per strada.
Ci avvantaggiamo, prendiamo qualche chilometro di vantaggio e poi entriamo in azione...

Ma... una capra altoatesina sull'albero???
"...That's one small step for a man, one giant leap for mankind..."
Ecco, visto? Per Paolo la capra tirolese (in realtà il suo simulacro), è stata come il monolite di Stanley Kubrick in "2001: Odissea nello Spazio".
Di più: come il primo passo di Neil Armstrong sulla Luna... That's one small step for a man, one giant leap for mankind... Si, dai. Per Paolo quel simbolo è stato come vedere la divinità, per rappresentarsi l'inconoscibile. Brava Asia...
Riprendiamo la strada verso Gafsa, che io e Angela oltrepassiamo in solitaria: la città, non troppo grande, ci appare molto concentrata, fin troppo. da queste parti c'è un lago che si è creato spontaneamente nel 2014, dove molta gente è solita immergersi nonostante i divieti di balneazione, che le autorità locali hanno posto ritenendo che le acque siano pesantemente inquinate di fosfato, materia che qui è abbondantissima.

La main street di Gafsa
La gente del posto cerca di spingere molto sulla vocazione turistica che Gafsa potrebbe vantare: la città ha origini romane che si sono tramandate fino ad oggi e meriterebbe certamente una sosta diversa e non essere una semplice tappa per le oasi montuose di Mides e Tamerza e quindi per Tozeur. Purtroppo, il tempo stringe. Ci sono dei bagni romani molto belli e sia la kasbah che i quartieri tradizionali colpiscono per la loro attrattiva: le prime tracce della città risalgono ai numidi, poi sopravvisse alla distruzione romana del 107 d.c. e il latino è stato comunque una lingua parlata fino al XII secolo...
Dopo Gafsa, tutto cambia...

Fuori da Gafsa, lungo la strada nazionale 3
Arriviamo a Tozeur giusto per il pranzo: parcheggiamo le moto all'hotel Palmeraie, constatando che questa zona, che di turismo ne ha visto parecchio a cavallo tra secondo e terzo millennio, conosce ora una crisi profonda. Decine di alberghi, di quelli che vedi in Costa Smeralda, sono sprangati, esposti all'imminente rovina. Nel 2015, proprio in questa zona, le milizie jihadiste hanno iniziato le loro scorrerie: per fortuna la guerra le ha in buona parte sgominate ed oggi l'area può dirsi sicura. Tuttavia, dopo l'attentato del Bardo, nel 2015, proprio qui fu rinvenuto dall'esercito tunisino un grande arsenale, di probabile provenienza libica, stato anche questo poco lontano da dove ci troviamo.
Mangiamo un brik, una pizza al bar, e poi partiamo verso Tatooine, il villaggio di Guerre Stellari. Prima però, due paroline sul mangiare...
Come tutti i paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo, anche in Tunisia l'influenza del nostro paese è forte: prima di tutto hanno un discreto olio, diverso dal nostro, ma senz'altro buono. L'uso delle verdure è essenziale nella dieta tunisina, come del resto la carne e il pesce, e poi cuscus e pane, spesso infarcito con tonno, olive, capperi e l'immancabile harissa, un pesto di peperoncino fresco, aglio e olio, che t'infiamma le budella. Non dimenticate il dattero!
Dicevo il brik: non è che una frittella riempita con uova, tonno, patate o carne e formaggio, piegata e fritta in olio caldo. Buona, ma pesante...
Percorriamo nuovamente un lungo tratto di RN3, costeggiando la destra il palmeto più grande del mondo (qui ci sono più di 6 milioni di piante) e poi, lasciando Neftah alla nostra sinistra, entriamo nel deserto fino a raggiungere queste coordinate: 33°99'429,5" N, 7°84'263,6"E, un posto che su Google Map è chiamato Mos Espa.

Poco fuori Nefta
Cammello o dromedario?
In vista del villaggio di Luke, con Angela e Patty (foto by capra su albero)
La fattoria di zio Owen è là dietro, all'orizzonte.
Sembra un miraggio, ma quasi mi sembra di vedere i due soli che si preparano al malinconico tramonto che Lucas immortalò in quel capolavoro che ancora oggi condiziona la mia generazione e quelle che le sono seguite.
Siamo in un deserto pazzesco, dove la sabbia emerge dal letto di sale di Chott-El Gharsa, a una manciata di chilometri dalla frontiera algerina. L'igloo di pietra nel quale le speranze di Luke di pilotare un caccia sembravano infrangersi con i condensatori da riparare per salvare il raccolto "di umidità", spunta come un dente dalla superficie sabbiosa.
E noi, stiamo andando là...

Qui Luke è cresciuto...
La fattoria dei Lars (foto Linda Ropelato)
Lui è solo un dromedario solo. Felice, sembra...
Qui gli autistici contenti sono due: il sottoscritto e Molinari, che finalmente ha realizzato, come me, questo piccolo sogno. Quella manciata di minuti è stata un tuffo nel passato. Abbiamo cercato anche la cantina della fattoria, nel tentativo di trovare  qualche droide abbandonato nella fuga scomposta di Luke verso il suo destino, o un folgoratore o una spada laser. Niente. Si sono rubati tutto cazzo...
Il sotterraneo non c'è, perché la famosa scena di C1P8 che proietta l'ologramma di Leia (…Help me Obi Wan Chenobi, You're my only hope...), è stato girato altrove, poco lontano peraltro...
Siamo così felici, comunque, che nemmeno ci infastidisce un gruppo di giovanotti che accorrono in quad tentando di metterci in braccio una volpe del deserto (alludendo a Rommel, ovviamente...) e cercando di farci comprare gli stessi souvenir del Marocco...


Comunque: dopo aver fatto scorpacciata di ricordi ed aver fantasticato sugli universi paralleli o lontani dei Jedi, dei Sith e dell'Impero, ci togliamo il gusto di un paio di sgommate sulla sabbia del Sahara, dove il nostro Mario, in sella alla sua Teneré, resta un attimino impantanato. 
Fortuna che Ciocio accorre in suo aiuto (due volte) con quel carro armato della sua macchina...

Ecco Mario! Non lo vedete?
Ora, va meglio? 
Questo è il Millenium Falcon...
E poi c'è Leia! O, come dicono a Bologna, Leilà...
Terminata la visita, riprendiamo i nostri ruggenti bolidi e torniamo verso Tozeur, dove i treni di Battiato fanno la spola fin dal 1984, quando il maestro compose e incise il brano cantandolo insieme alla sua protetta dell'epoca, Alice, trascorrendo la nostra serata alla ricerca della fottuta chiave della stanza d'albergo, mandando a monte (per mia fortuna) l'appuntamento con i massaggi alla spa dell'albergo. L'indomani, siamo al 13 marzo, faremo ancora tappa qui: ci aspettano le oasi di montagna e la pista di Rommel...
L'alba arriva presto: torniamo un po' indietro sulla RN3 e prendiamo la P16, verso Tamerza...

Non sembra, ma Bernardo ride!
Qui è evidente, ridono...
Per noi è pacifico: ci garba.
La prima tappa di oggi sarà Chebika: l'oasi la si vede subito spuntare dalla roccia dei costoni, con un'esplosione di palmeti che circondano una parte di città nuova, più in basso all'insediamento più antico, ormai disabitato dalla fine degli anni '60, quando il torrente Ouadi Khanga, alimentato da una pioggia infernale durata ininterrottamente 22 giorni e che fece centinaia di morti in tutto il paese, straripò. Le acque devastarono l'antico insediamento romano, che circonda ancora oggi il sentiero che porta alla sorgente...
La strada che percorriamo è davvero suggestiva e lo sguardo ammaliato di Bernardo, il mio colleguzzo forlivese, lo dimostra pienamente, come del resto le terga sorridenti della Patti e Paolo e i nostri sguardi felici...
Ecco, questa è Chebika...
Siano lontani dalle immagini che noi europei pensiamo rappresentino le oasi: due o tre palme attorno a una pozza d'acqua. Qui vedi esplodere la vita dal nulla, è tutto assolutamente incredibile...

Primi palmeti sulla RN16, al bivio per Chebika
La strada "palmata"
I resti romani dell'antica Ad Speculum
Chebika era un avamposto romano, chiamato “Ad Speculum”, letteralmente "allo specchio", e più tardi  rifugio berbero di montagna. 
Si parla di questo luogo in molti antichi documenti e si sa che Ad Speculum aveva ottenuto il rango di civitas già dal 30 a.c., mantenendolo fino al 640 d.c. 
Si fanno anche diverse ipotesi sull'origine del nome: secondo alcune di esse, Chebika era una stazione sulla strada che collegava Tebessa a Gafsa, e anche qui i romani usavano specchi per comunicare con altri posti e segnalare possibili incursioni nemiche. 
Secondo invece altri studi, rimessi insieme dall'associazione speleologica Saknusem, che ne ha anche esplorato gli anfratti, il sottosuolo sarebbe ricco di grandi lastre di Lapis Specularis, estratte ancora oggi per il mercato dei minerali nell'area adiacente all'oasi: la qualità e la purezza delle lastre che vi si trovano, appaiono in tutto simili a quelle dell'area della Vena del Gesso, tra Imola e Faenza, e anche le dimensioni le rendono compatibili come sostituto del vetro. 
Forte eh?

Il muflone di pietra domina...
Il luogo è incantevole e ha qualcosa di magico: che ci sia acqua, in Tunisia, è fuori discussione, ma il deserto ti confonde ed è difficile anche solo capire se quello che vedi sia un miraggio o una sorgente vera, alla quale arrivi solo dopo un passaggio nel ventre della terra. Io ci sono passato per un pelo...

Heilà, Leilà ci passa!
...e laggiù, in basso, c'è la sorgente...
"Ma l'acqua gira e passa, e non sa dirmi niente
di gente, me, e di quest'aria bassa
ottusa e indifferente cammina e corre via
lascia una scia e non gliene frega niente..."
Incredibile come l'acqua riesca ad uscire così abbondante da un buco nella roccia, in un luogo dove la pioggia sembra non cadere mai... eppure i laghi salati sono umidi, sotto la crosta bianca che riflette il sole e rilancia l'effetto di miraggi. E' un acqua freschissima e anche pulita, tant'è che brulica di vita...

Rana Esculenta Complex
Al termine di questo giro turistico, io mi sono dedicato alla degustazione di freschissimi e gustosissimi succhi d'arancia, preparati, come di tradizione, sul momento con spremiagrumi del secolo scorso, un pochino rugginosi devo dire, e versati in bicchieri lavati solo con acqua. 
Angela ha preferito una bottiglia d'acqua mentre gli altri si sono dedicati alla coca-cola (vi ricordo l'assonanza visiva dell'etichetta col noto stato islamico), altri alla meditazione, altri ancora allo sfoggio dell'affilato fisico teutonico...

Succulente arance...
Minacciose bibite integraliste...
Il Bruno che medita...
...E il nipote di Rommel che pianifica l'invasione del nord Italia...
Ok. Archiviata Chebika, puntiamo su Tamerza. Usciti dal villaggio nuovo dell’oasi, riprendiamo a destra verso Redeyef: la nostra attenzione è subito rapita dalla carcassa di un gigantesco camion da cava, abbandonato dopo un guasto irreparabile sul ciglio della strada.
Chissà da quanto, chissà perché e, soprattutto, chissà quali storie potrebbe raccontarci quella massa di acciaio inerme...
Ci aspettano un pugno di tornanti in salita, i primi che abbiamo trovato dallo sbarco a Tunisi, e un paesaggio mozzafiato, che finalmente ci solleva dai 17 metri sotto il livello del mare in cui ci siamo costantemente trovati dopo aver lasciato Tozeur.
Incontriamo anche un paio di camion dell'esercito, che arrivano dal vicinissimo confine algerino, e che probabilmente sono diretti nella città da cui siamo partiti.
Tamerza è la più grande oasi di montagna del paese ed ha, come Chebika, origini romane: ai tempi, era nota come "Ad Turres". Anche questa città, che si snoda lungo un canyon, ha un insediamento abbandonato dal 1969 e un nuovo centro abitato, ed è circondata da un territorio aspro e selvaggio. 


Il vecchio camion abbandonato fuori Chebika...
I tornanti della P16
I colori del mercato di Tamerza (© Linda Ropelato)
Da qui raggiungiamo poi Mides, con lo scopo di vedere l'ansa di un canyon che ci ricorda molto quello americano dell'Horseshoe Bend, in Arizona, qui scavato dal fiume nel corso dei millenni. 
Nei paraggi desolati c'è anche l'antico villaggio abbandonato, non più abitato a causa di un violento terremoto che ha interessato la regione (non siamo riusciti a capire quando), e che la storia geologica qui sia complessa lo attesta la sezione del gigantesco canyon, un  museo geologico a cielo aperto, nel quale si vedono gli strati del tempo e perfino un’infinità di fossili... 
Qui hanno girato molte scene de "Il paziente inglese", che inizia dalle mie parti, in un monastero di Pienza. 
Una vera pizza di film, devo dire...


Eccolo, il canyon di Mides
Poi, via verso Redeyef
Ci dirigiamo a Redeyef, nel governatorato di Gafsa, per mangiare qualcosa. 
La strada, che dopo Tamerza ha preso il nome di C201, è tutta su un altopiano e ci porta rapidamente in città: all'ingresso c'è una camionetta della Garde Nationale, con a bordo tre marcantoni armati di pistola e AK47. 
Ci fermano, scopriamo che sapevano del nostro arrivo (Ciocio pensa proprio a tutto…), e ci portano in centro, dove riusciamo, districandoci tra decine di motorini e curiosi, a parcheggiare in una viuzza con ristorante tutto per noi.
Mangiamo bene, davvero: io scelgo il maklub, una specie di pizza ripiena di harissa, pollo (o tonno...) e capperi. Buonissimo. Vengo imitato dal Molinari, mentre Angela cerca disperatamente di capire se l'igiene consenta di ingoiare qualcosa senza conseguenze. 
Ci sembra di sì, complice anche il Ciocio che si butta dietro il bancone e inizia a spronare il cuoco al ritmo serrato di un aguzzino su una galera romana, a suon di frustrate: insomma, a noi alla fine è piaciuta pure questa esperienza...


La cambusa...
L'aguzzino... (© Paolo Molinari)
Lui preferisce i canederli, si vede...
Eccole...
Io, le guardie e il Ciocio. Dietro di noi, i curiosi...
I murales di Redeyef...
Terminata la pappatoia, il gruppo parte compatto, scontatissimo in testa, verso la "Pista di Rommel". 


Il Feldmaresciallo Rommel (Di Bundesarchiv, Bild 101I-785-0287-08 / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=631949)
Erwin Johannes Eugen Rommel, pur essendo un ufficiale dell'esercito nazista, mi è sempre rimasto simpatico, perché nazista non lo era: non starò a tediarvi con la sua incredibile vita, che lo ha incastonato nella storia recente come uno dei più geniali strateghi di sempre. In Africa, dove lo chiamavano la "Volpe del deserto" (Wustenfuchs) la sua fama è stata superata solo dal "Comandante Diavolo", al secolo Amedeo Guillet, le cui gesta ancora sono ricordate in tutto il corno d'Africa. La pista che stiamo per imboccare è lunga una quarantina di chilometri, parte proprio da Redeyef e porta il suo nome perché la fece costruire, in breve tempo, per sfuggire all'imminente accerchiamento degli Alleati. 
Rommel, vorrei ricordarlo, di lavoro faceva il soldato, quindi la guerra: fu costretto al suicidio da Hitler perché ritenuto al corrente del piano per uccidere il Fuhrer, essendo nota la sua fedeltà al Kaiser, che aveva servito anche nella prima guerra mondiale. Rommel era così popolare, che la notizia del "suicidio" venne tenuta nascosta e la sua morte venne attribuita agli esiti di ferite di guerra, con tanto di funerali di Stato...
La spettacolarità della strada (che inizia in queste coordinate N34 22.251 - E8 09.919) comincia da un passo  dove un monumento con un fucile ricorda Rommel: quello che segue è un mosaico di colori che si incastonano tra terra e cielo, in un'esplosione che nessun effetto speciale può riprodurre. Per questo vi faccio fare questa scorpacciata di foto...
Signore e signori, questa è l'Africa. 

Ecco la truppa, al completo
MoliPatti e AnGas
Oltre 
Incredibili curve...
Orizzonti dipinti...
Noion, vulevon savuar l'indiriss...
Sembra finto...
Ma è tutto vero...
Guardate il Molinari come ride!
L'avremmo rifatta mille volte...
Chissà se Rommel ha avuto il tempo di guardare...
Quasi finita...
Ecco, è finita...
Dromedari...
Il giro di oggi finisce in albergo, a Tozeur, per la seconda notte consecutiva. Il destino ci ha regalato un'ultima irripetibile emozione con una mandria di dromedari in mezzo alla strada, che ha costretto tutti ad un'improvvisata sosta. Tutti eccetto Bernardo, che ha improvvisato una splendida sortita in fuoristrada...





Lorenzo Borselli © Tutti i diritti riservati




















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