venerdì 26 agosto 2016

Marocco 2016, e quattro! L'atlante è nostro. Marrakech!


"Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi."

Walter Bonatti

Il passo di N'Tamatert, 2.302 metri. Atlante.
Avevo cominciato da qui. Il giallo ocra di questa terra cozza, letteralmente, col blu del cielo, più terso che altrove. Sarà per i 2.302 metri d'altezza sul livello del mare, sarà per la testa ancora persa negli odori della vicina Marrakech. Sarà per l'incredibile viaggio che Ciocio, il giorno prima (siamo al 27 aprile) ci aveva preparato, ricamando sulla carta, come solo mia nonna sapeva fare sul lino, un itinerario irripetibile.
Ma dov'ero rimasto? Mi sembra a quando avevo messo la moto sul cavalletto, a Zagora. Confesso che, appena spenta la mukka, ho cercato lo sguardo dei due monelli del gruppo, due di quei biker solitari di cui ho accennato in qualche didascalia delle gole di Dades: Bruno Gomarrasca e Simone Mantovani, che nel risalire il passo di Tizi n'Tinififft, avevano autografato più di una curva con un bel virgolone nero gomma. Ce ne sarebbe anche un terzo, Silvano Corvasce, ma di lui vi parlo più avanti. Sulla strada di n'Tinififft pare sia addirittura decollato...
Il primo, Bruno, è un ragazzaccio che fa un lavoro stranissimo: costruisce schermi per i cinema. In pratica ritaglia (e cuce...) enormi lenzuola bianche e ci proietta sopra roba tipo Star Wars o cose simili. Dev'essere un mestiere difficile e pare che al mondo non ci siano tanti cervelli in grado di far tanto, e così - pare - sia anche ricchissimo. Se la Finanza non lo sa, ok, si accomodi: ma credo che, essendo un crucco, capace di trovare la Weiss anche nel deserto (e se non la trova fa yoga), Bruno non abbia mai evaso nemmeno un nichelino. Purtroppo, cavalca una KTM.


Il Bruno. Come si vede è in sella a una KTM
L'aria da furbetto – ma non del quartierino – è invece quella che vedi negli occhi del secondo discolo del gruppo, Simone, che si fa chiamare "Bugac", nickname dal tono lievemente onomatopeico. Mi ha spiegato cosa voglia dire, ma francamente me lo sono dimenticato: forse il verso della gallina, in inglese? Lui è arrivato comodo-comodo in aereo direttamente a Tangeri, dove Ciocio gli aveva fatto trovare la sua GS1150 già con le termocoperte e in temperatura, appena scaricata dal carrello del Cherokee. "Sai - mi ha detto - non posso assentarmi troppo dal lavoro...".
Eppure, nel suo account Instagram, sembra spassarsela sempre, in compagnia spesso di una bellezza bionda che non si è ancora degnato di presentarci. Probabilmente è un narcotrafficante o uno che ricicla denaro. Ha tutta la mia ammirazione, ma se lo becco, lo arresto. Ho scelto una foto che non rende onore alla sua intelligenza.
Ahahahahahahahah!

Guardate voi se non ha la faccia da Bugac... Sarà la mia vicinanza?
Veniamo alla strada: i due monelli Bruno e Simone, ieri si erano letteralmente scatenati su questa specie di pista che collega Ouarzazate a Zagora, 160 chilometri sui crinali della catena del Djebel Sarhro. Io, Angela, Doc Pedrini ed Abi, invece, l'abbiamo percorsa quasi a passo d'uomo, e quando siamo entrati nella valle del Draa, abbiamo visto il verde delle oasi annientare – tra una kasbah e l'altra – la nudità delle rocce. Stanchi, esausti direi, abbiamo capito di essere arrivati quando la strada ci è stata sbarrata da Jebel Kissane (كيسان), che si erge coi suoi 1.559 metri fuori da una città vivissima, nonostante la distanza da qualsiasi altro centro abitato ci avesse fatto pensare il contrario.

Qualcuno di noi si alza prestissimo, alle 5 del mattino, per raggiungere le dune di Erg Chegaga, ma noi preferiamo poltrire. Lo so, lo so. Non ce lo ripetete troppe volte.

Ancora nei pressi di Agdz, in fila indiana

Nel cuore di Zagora
Agora, 27 aprile 2016
Così, dopo aver penato un po' in banca per prelevare del contante, torniamo sui nostri passi e riprendiamo la strada per Ouarzazate, seguiti dalla sagoma rassicurante della Cherokee del Ciocio, accompagnato da Gelindo Viero e Antonella Piccolo, due fuoristradisti veneti, abituati alle notti nel deserto e ai percorsi accidentati dell'Africa magrebina e sub-sahariana a bordo della loro jeep.  Mi dispiace non potervi associare foto in posa della coppia, ma nello sterminato archivio di immagini di Angela e dei Tabellini ho trovato solo queste...
Ho chiesto alla Gendarmeria Reale di farmi avere qualche copia delle loro foto, scattate alla Ciocio-Mobile, ma ancora non mi è arrivato niente. Vi terrò aggiornati.

Ladies and Gentlemen, that's Gelindo... (© Elisa Biondi & Luigi Tabellini)
Gelindo e Antonella alle prese con un pericoloso guado... (© Elisa Biondi & Luigi Tabellini)
Per una sessantina di chilometri fatichiamo, esattamente come all'andata, per sopravvivere all'inferno dei cantieri della N9, che Sua Maestà Mohammed VI vuole raddoppiare: buche, sensi unici alternati, mezzi d'opera in manovra, gendarmi sul piede di guerra ma, soprattutto, tantissima polvere. A questo dovete aggiungere un traffico spropositato di macchine, camion e carri trainati da muli, con bambini che attraversano all'improvviso e cammelli che stazionano placidi sul ciglio della futura autostrada, pronti ad alzarsi per rispondere al fischio del padrone sull'altro lato. Ad Agdz salutiamo un ragazzo del posto, che il giorno prima ci aveva spiegato come raggiungere il ristorante prenotato da Ciocio, mentre un camion che si ferma davanti a noi ci dimostra l'approssimatività del codice stradale locale, sensibile – pare – solo alla velocità.  

Ah, se ci fosse qui il mio collega Ammattatelli... (© Elena Biondi & Luigi Tabellini)
La velocità, dicevo: ho fatto il bravo per tutto il viaggio e lo farò ancora. Ma per qualche minuto, oggi, mi concedo una rimonta sul gruppo, mentre l'interfono mi notifica ufficialmente l'incazzatura di Angela, che tra una piega e l'altra stringe le maniglie sulla sella finendo poi, ormai alle porte di Ouarzazate, col prendere a pugni il mio casco come se fosse il punchball della palestraccia che frequento.
La morale non cambia: anche se penso di suonarle, le prendo sempre...

Gassssss (© Elisa Biondi & Luigi Tabellini)
I bollenti spiriti si calmano all'ingresso della città, dove, anche se arriviamo primi, finiamo poi comunque col perderci per dare da bere al boxer, più assetato del solito e una volta raggiunto il gruppo, scegliamo anche noi di farci spennare dai venditori di souvernirs davanti alla vecchia Kasbah, dove il branco di mukke, carotoni e altri bestioni stracarichi di masserizie, attende la nostra ripartenza.

Lungo la strada per Ouarzazate
L'antica Kasbah di Ouarzazate
Noi guardiamo la Kasbah e la Kasbah guarda noi
Verso Aït Ben Haddou آيت بن حدّو sulla N9 (© Elisa Biondi & Luigi Tabellini)
Ecco, ora siamo pronti per Marrakech.
Che ci vuole? Basta proseguire per la N9 in direzione di Tazentoute تازنتوت e non fermarsi per un bel pezzo. Qui il deserto ti rapisce, l'asfalto diventa tutt'uno con la sabbia e con l'orizzonte, cui si unisce per quello strano effetto ottico del calore e della distanza per assumere la forma di un unico impressionante arazzo. All'ingresso di Tazentoute, però, cercate di svegliarvi e svoltate a destra, sulla P1506, seguendo le poche scarne indicazioni per AïtBen Haddou آيت بن حدّو, città carovaniera patrimonio dell'umanità.
Sentite anche voi?
Il rumore del motore si attenua, sparendo del tutto, lasciando il posto alla voce melodiosa di Lisa Gerrard (The Weat) e allo sferragliare dei gladi che si scontrano tra loro nell'arena, mentre un uomo rimasto solo, l'Ispanico, Massimo Decimo Meridio, comandante delle Legioni del Nord, generale delle Legioni Felix, servo leale dell'unico vero imperatore Marco Aurelio, indossa l'elmo da battaglia che lo condurrà, da Gladiatore, a sfidare l'usurpatore Commodo al Colosseo.
La voce che risuona è proprio quella de Il Gladiatore, perché qui siamo dove tutto è cominciato, almeno nel film di Ridley Scott: Aït Ben Haddou è una perla e non è un caso se poi alla fine, qui, sono stati girati alcuni tra i film più noti del dopoguerra, da Lawrence d'Arabia, nel 1962, ad Alexander (2004), passando per lo stesso Il Gladiatore, del 2000.

 Aït Ben Haddou آيت بن حدّو
Il ciccione in posa con la sua bella... 
Colors...
Le viuzze di Aït Ben Haddou
Dopo aver fatto tanta pipì ed aver raccontato al Ciocio che emozione abbia provato quando Ridley Scott mi chiese di girare le scene di combattimento come controfigura di quel maschiaccio di Russel Crowe, riprendiamo la strada. E qui il gruppo si divide: Io, Angela e Paolo Molinari – che zitto zitto continua a litigare con tutti i benzinai del Sahara – ed altri ancora, torniamo indietro fino alla N9 e puntiamo dritti verso il passo di Tizi N'Tichka تيزي نتيشكا, che raggiungiamo dopo aver sfilato un'infinità di paesi e cittadine, raggiunti poco dopo dal Ciocio col Gelindo e Antonella.
L'altro gruppo, invece, prosegue sulla P1506, che poi diventa sterrata ma che alla fine conduce sempre sui 2.260 metri del passo, dove la bellezza dei luoghi è insidiata solo dal traffico infernale che attraversa il “passo difficile” (questo vuol dire il nome) e dall'odiosa insistenza con cui un drappello di venditori sul colle cercano di rifilarci la loro paccottiglia kitch e dei quarzi colorati veramente orrendi.
Ci salva l'ospitalità della locanda, dove mangiamo tutti insieme prima di posare per la foto ricordo.

Questa è la N9, occupata dal Molinari, ovviamente...
Muli e caramelle... (il calo di zuccheri si fa sentire...)
Questa è la P1506, che fanno il Tab ed altri...
E poi, arriviamo... questo sono io! 
Questo è lo Schützy...
Questa è Angela
Questa è la Ciocio-Mobile (© Elena Biondi e Luigi Tabellini)
E questi siamo tutti noi...
La discesa è un girone infernale, perché alla bellezza del paesaggio si contrappone il traffico infernale, che riempie l'aria di polvere. Siamo anche un po' stanchi, ma Marrakech è sempre più vicina...

Dura, l'avventura...
Dovrò, a questo punto, inginocchiarmi sui ceci e scusarmi per aver reso la visita della più importante tra le quattro città imperiali marocchine, insopportabile alla mia signora.
Marrakech (مراكش), la città rossa, però non mi ha fatto una grande impressione: sarà per colpa della mia avversione alla confusione ed al caos, all'ipocrisia di una parte di questo popolo e probabilmente anche a certi pregiudizi di cui non riesco, nonostante tutto, a liberarmi.
Però, si tratta senz'altro di una città fantastica, che nei vicoli più stretti della sua medina e dei suoi suq, offre colori e odori impossibili da ricreare altrove. Se hai la fortuna di non cadere subito nella trappola del tassista che cerca di convincerti dell'opportunità di un giro a tappe presso i suoi amici commercianti, farmacie comprese, diventa veramente un luogo imperdibile, nel quale – scusate l'allitterazione – perdersi diventa un obbligo. La piazza Jāmiʿ el-Fnā è sempre il primo posto dove il turista è accolto: alla bontà dei succhi d'arancia, aromatizzati con mille ingredienti diversi, si aggiungono i giochi dei serpenti, le scimmie che ti salgono a tradimento sulle spalle, le uova di struzzo e i datteri allineati sui banchi, vicino ai denti, d'oro e non, tutti rigorosamente umani e cavati chissà da quali bocche e di chi.
E poi la moschea della Koutoubia, il suo altissimo minareto, le tombeSa'diane, le due medine e il giardino di Majorelle, salvato da Yves Saint-Laurent e dal compagno Pierre Bergé dalla rovina e l'abbandono.  
Immagino che il lettore occasionale trovi stucchevole la quantità di foto che corredano i miei racconti, ma i colori catturati nelle nostre macchine, io li voglio liberare.

La piazza di Jāmiʿ el-Fnā, esplode di rumori, colori e odori (© Elena Biondi e Luigi Tabellini)
L'intensità di sensazioni è soverchiante... (© Elena Biondi e Luigi Tabellini)
I celebri succhi d'arancia (© Elena Biondi e Luigi Tabellini)
datteri e altro... (© Elena Biondi e Luigi Tabellini)
Spezie (© Elena Biondi e Luigi Tabellini)
Ciabatte: una per una sono bruttissime, ma nell'insieme...
Marrakech, 28 aprile 2016
Dormiamo all'Hotel “Les Jardin Agdal”, uno dei più lussuosi nei quali le mie stanche ossa abbiano avuto il privilegio di riposare e anche la cena è stata molto buona.  
Così, l'indomani, prima di andarci a visitare le principali attrazioni, noi e il Molinari ce ne andiamo a spasso per l'Atlante, finendo nel luogo con cui ho iniziato questo racconto, tre puntate fa, e anche questa quarta pagina del mio  diario marocchino.
Non so perché ho dato retta allo Schützy, ma alla fine, dopo aver indugiato qualche minuto sulle evoluzioni di alcune pattuglie acrobatiche, io e Angela lo seguiamo. Punta dritto sulla R203, verso Asni (أسني), nel cuore della campagna berbera, dove arriviamo dopo aver attraversato villaggi circondati da immensi frutteti e fattorie. Da qui, una parte del gruppo, che si era mossa autonomamente sfuggendo alle insidie di Molinari, ha seguito alla lettera le indicazioni del Ciocio, che conosce ogni angolo del pianeta, raggiungendo Taroudant senza lasciare la R203 fino a superare il Tizi-n-Test, il passo più spettacolare dell'Alto Atlante, anche se non il più alto.
Noi invece deviamo sulla P2005 e raggiungiamo il passo N'Tamatert, raggiungendo quota 2.302: il bivacco che ci accoglie non ha altro da offrirci che una coca cola, forse un po' stagionata, ma la strada ci ipnotizza letteralmente.
Paolo, al rientro verso Marrakech, decide di raggiungere gli altri, mentre io e Angela torniamo alla città imperiale, per visitarne le bellezze di cui ho già parlato.
Ora lascio la parola alle immagini, sperando di poter contare sulla vostra comprensione…

Percorrendo la P2005 verso Imlil
Un po' di sterro, non guasta...
Foto ricordo sul tetto d'Africa
La bellezza del giardino di Majorelle
Ancora il giardino di Majorette
Ninfee e palme
Acquistando spezie...
Da Marrakech, faremo poi rotta per il mare. E che mare! 
Mi sembra di sentirlo ancora, Silvano Corvasce, che in genere parte con burn-out e che si fa rivedere solo a tarda sera, quando arriviamo in hotel, fremere per raggiungere Essaouria. Secondo le malelingue, Silvano - noto ingegnere piemontese, oriundo "tetesko di Cermania" - avrebbe acquistato da un noto spacciatore, alcuni oli motore paragonabili, per effetti, alla pillola blu. Secondo altri, invece, avrebbe raggiunto tali livelli di dipendenza della stessa pillola, da guidare praticamente sempre su una ruota, nonostante guidi una moto notoriamente troppo pesa per essere impennata oltre la seconda marcia. Quindi, caro Silvano, rispondi a me: sei tu che rizzi la moto o è lei che rizza te?

A destra, Silvano. Ma il misterioso pelato a sinistra, chi è? Lo saprete presto...
Ma vi rendete conto che era sempre così avanti, che non l'ha fotografato mai nessuno???


© Lorenzo Borselli - Tutti i diritti riservati.

1 commento:

  1. hahaha bello bello anche questo pezzo!! effettivamente con Bruno gli e Silvano ma c'erano pure Antonio e Vania (anche se Antonio faceva finta di andare piano perché avrebbe dovuto cambiare le pasticche :) ), gli abbiamo dato giù su quelle curve, di brutto!

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