sabato 20 agosto 2016

Marocco 2016: parte seconda. Da Fes a Merzouga. Medio e Alto Atlante fino all'Erg

"...I've been through the desert on a horse with no name
It felt good to be out of the rain
In the desert you can remember your name
Cause there ain't no one for to give you no pain..."

America - "A horse with no name"  -  1971

Fes: le concerie. © Elena Biondi & Luigi Tabellini
Una cosa è viaggiare di giorno, altra è percorrere le strade di una città marocchina nel cuore della notte. Io e Ciocio cerchiamo di far passare le ore, in attesa del volo Royal Air Maroc che da Casablanca porta Angela da me. Non c'è alcuna possibilità di confonderci tra la gente del posto: i tasselloni del Cherokee scrocchiano sull'asfalto lucido della città, mentre i semafori lampeggiano e quasi non c'è bisogno del clacson. Ci guardano e, semplicemente, ci ignorano.  
Dopo il prologo di oggi e la cena al Palais Medina hotel, aspiriamo soprattutto a una birra.
Come direbbero Tex Willer e Kit Carson? “Una birra ghiacciata, di quelle che ti ristorano le budella!”… Ma qui l'alcol non è servito in nessun locale che non sia il bar di un hotel o una qualsiasi bettola aperto per i turisti occidentali. Chi vuole l'alcol, dicono, se lo procura al mercato nero. Molti vanno a Ceuta o Melilla, disposti a lunghe file e interminabili controlli (in entrata) pur di farsi un goccetto, che la legge coranica vieta.
Dobbiamo accontentarci di una Coca Cola, anche se la scritta in arabo sulle lattine, devo dirlo, mi ricorda sinistramente la parola “isis”: strana nemesi per uno dei simboli per eccellenza dell'infedele e corrotto occidente.  

Io ci leggo Isis: voi?
Siamo in aeroporto una mezzora prima dell'arrivo del volo: nel frattempo so tutto del Ciocio e mi sento ormai un veterano dell'Africa, avendo vissuto nei suoi racconti,  tutte le sue avventure.
Dunque, quando al mattino presento Angela ai compagni di viaggio, a quei "perfetti sconosciuti" con cui sono già in relazione dal rilascio degli ormeggi dal porto di Genova, mi atteggio come se l'avessi accolta sulla stazione orbitante, arrivata direttamente da Cape Canaveral e avessi avuto il compito di fare rapporto su di lei al resto dell'equipaggio.

24 aprile 2016, domenicaFes (‫فاس‎‬): la visita della più antica città imperiale marocchina comincia dalle concerie e dal loro maleodorante ma variopinto spettacolo. Immersi nelle vasche, gli operai delle antiche cooperative battono e colorano, respirando i miasmi della decomposizione e posano per noi turisti, che vivono quell'ossimoro (d'una bellezza orripilante) cercando di fotografare tutto il fotografabile, ma in fretta, per toglierci il prima possibile da quella puzza (abbiamo dimenticato di munirci di un ramoscello di menta, come raccomanda la Lonely Planet...). Scivoliamo nei bazar ancora deserti, dove si vendono i risultati di quel lavoro tremendo, e poi visitiamo la Medina, nel quartiere di Fās al-Bālī, in viuzze così strette che nemmeno due muli riescono a scambiarsi tra loro.
Perché qui, fanno tutto coi muli: anche la raccolta (differenziata) dei rifiuti. Pazzesco.

Le concerie di Fes. Questa (per fortuna) è in manutenzione: zero puzza!
Donkey at work (© Elena Biondi & Luigi Tabellini)
Nella Medina, il cuore della città santa di Fes: la moschea (© Elena Biondi & Luigi Tabellini)
Passeggiamo, mentre la guida ci ricorda che Islam è tolleranza e che, a dimostrazione di ciò, a Fes ci sono anche un quartiere ebraico, il Mellah (ملاح), e il "ghetto europeo": la storia ci dice che il Mellah - presente in  molte città marocchine - era recintato da un muro, vi si poteva accedere da una porta fortificata ed era istituito sempre nei pressi del palazzo del governatore, per consentire interventi più rapidi in caso di assalti (al Mellah, s'intende). Quello di Fes è stato il primo tra tutti i Mellah del Marocco, e se ne trova traccia sin dal 1438. Il termine al-mellah vuol dire "terra salata".
Cercare di capire chi abbia ragione, nella storia dell'umanità, è proprio difficile: la locuzione è  sicuramente offensiva, perché nella terra salata nulla cresce. E anche l'idea che fin dal 1438 ci siano stati  muri per dividere due popoli, per via delle loro religioni, la dice lunga su quanto si sia evoluto il genere umano da allora.
Sì, abbiamo una stazione orbitante, siamo stati sulla Luna, andremo presto su Marte. Ma non abbiamo ancora trovato la chiave per aprire la porta più importante, quella del nostro cuore.

La "sky-line" di Fes (© Elena Biondi & Luigi Tabellini)
Non visitiamo altro: ci bastano due scatti davanti al palazzo reale, che non è aperto al pubblico, e un giro delle mura. Poi, pipì, caffè e sigaretta (per chi fuma), e via, verso Merzouga.

Questi, accanto a noi, sono Mauro e la Susi
Ci raduniamo per uscire dalla città: ci affiancano Mauro Ghilli e Susi De Bortoli, due ragazzi che vengono dalla provincia di Imperia, anche se l'accento toscano del primo svela subito la sua provenienza. Il bello di questo viaggio, e i chilometri che faremo lo riveleranno in pieno, è la complicità che subito ci lega tutti. C'è chi chiacchiera, chi sta zitto, chi allunga e chi si attarda. Ma al rendez-vous ci raduniamo e la prima cosa che facciamo è scambiare impressioni, pareri e pensare già al futuro. È la vita. Nessun muro.
Piano piano, vi  presento tutti: tranquilli!

Uscita in gruppo da Fes
Poco dopo aver lasciato Fes, avremmo dovuto percorrere  la R503 in direzione di Sefrou (صفرو), piccola cittadina nota per aver ospitato a lungo una una comunità mista di musulmani ed ebrei che hanno convissuto senza “equivoci”, nota oggi per una pittoresca sagra delle ciliegie, che si perpetua dal 1920 e che è stata inserita dall'Unesco nel patrimonio rappresentativo culturale dell'umanità. Invece, imbocchiamo la N8 e puntiamo verso la graziosa Ifrane, iniziando così la nostra salita al Medio Atlante, e che raggiungiamo dopo una settantina di chilometri.
Confesso che non siamo preparati a questo spettacolo: curva dopo curva, per arrivare ai 1.650 metri della quota che ospita la città, è come trovarsi teletrasportati nella nostra Europa, con cartelli che indicano piste da sci e architetture dai tetti spioventi che richiamano più un villaggio pirenaico che  una cittadina dell'entroterra magrebino. 
Rispetto alla piana di Fes, la differenza di temperatura è notevole e si capisce perché i francesi che vivevano in questo loro territorio d'Oltremare (divenuto indipendente nel 1956) vi si recassero per cercare un po' di sollievo dalla torrida estate marocchina o per abbozzare qualche curva con gli sci in inverno. Ci sono ancora oggi alcuni impianti di risalita e nel bar centrale, il Café Restaurant La Paix, c'è perfino ciò che resta di un noleggio sci decisamente vintage.
Ci impressionano anche le bellissime foreste di cedri, la rigogliosità dei fiori e l'incredibile pulizia: non per niente, la chiamano Svizzera Marocchina...

Ifrane, in uno scatto di Tariq Ouhti (per il © vedi il link)
Vintage skis nel Café Restaurant La Paix, di Ifrane 
Precisione, cura e pulizia nella Svizzera Marocchina...  (© Elena Biondi & Luigi Tabellini)
Chi vuole sciare, deve farsi un'altra manciata di chilometri della N8 e arrivare a Mischlifen, dove un arcaico skilift arranca sulla parete di un vulcano spento da cui partono un paio di piste. La pendenza non sembra male per un allenamento di slalom speciale. Dicono che qui si riesca a sciare da gennaio a marzo, ma la sensazione è che dovremmo tornare indietro alla piccola era glaciale, quella che si è conclusa nella metà del XIX secolo, per prenotare una settimana bianca africana: e non fatevi ingannare dall'accento lievemente germanico con cui potreste intendere la toponomastica di questi luoghi: Mischlifen è Marocco allo stato puro...

Verso Mischlifen troviamo la sede dello Sci Club Ifrane: qui si pratica il fondo...
Sulla N8 verso Mischlifen
Il gruppo si sgrana e Schützy ci fotografa...
Schützty verso Mischlifen: le piste da sci in Africa!!!
Il Medio Atlante si disvela agli occhi dei bikers...
Poco prima di arrivare ad Azrou (أزرو), città berbera il cui nome marocchino significa “roccia”, teniamo le ruote sulla N13 verso Errachidia, ma prima di scendere un po' di quota – resteremo sempre oltre i mille metri – abbiamo il tempo di ammirare alcuni imponenti cedri, che al cospetto di Molinari sembrano ancora più alti. A proposito: sembra che qualcuno sia venuto a conoscenza di interventi di ribassamento della moto dello Schützy, il quale – oltre ad aver personalizzato la moto con i colori del Tirolo – pare abbia acquistato anche alcuni stivali coi tacchi. Sarà vero? Impossibile dirlo con certezza, anche se poi, più avanti, la teoria troverà alcune conferme quando, rimasto in bilico in una salitella, il Paolo ha sfasciato il carrello del Ciocio, rifiutando poi ogni addebito e, quindi, negando l'evidenza.

Cedro gigante e Schützy nano

La strada verso Errachidia (‫الراشيدية‎‬) si mantiene sui 1.200 metri e costeggia, ad un tratto, il lago artificiale di Al-Hassan Addakhil, le cui acque turchesi si stagliano in mezzo ad un deserto roccioso color ocra. Qui c'era uno dei fortini più famosi della Legione Straniera. Senza lasciare la N13 proseguiamo verso Erfoud (‫أرفود‎‎‬), percorrendo la valle dello Ziz. Siamo a una manciata di chilometri dal confine con l'Algeria e la presenza dei militari di guardia a quella linea tracciata nel deserto lo conferma.
Chi ha visitato gli States o i deserti australiani – penso alla Monument Valley o al Kalbarri National Park – troverà fortissime somiglianze con il lavoro dell'acqua sulla roccia. Quello che rende unico questo paesaggio, è però il palmeto di Tafilalet, ultimo avamposto vegetale prima delle sabbie di Taouz. L'ingresso a Erfoud è unico: la porta monumentale sancisce proprio il passaggio alla sabbia di Merzouga.

Limiti di sagoma? Ahahahahahahahah!!!
La Valle dello Ziz
Sì, siamo nel deserto...
Oasi e cittadelle fortificate
La porta monumentale di Erfoud: purtroppo, in posa, c'è sempre e solo lui. 
L'approccio all'Erg è memorabile, nonostante i 500 chilometri percorsi da Fes. L'ultimo pezzo di asfalto che facciamo, il riverbero del sole che ormai sta per sparire all'orizzonte del Sahara, i dromedari che passeggiano tranquilli in fila indiana, fanno da contorno al nostro arrivo, come al solito ultimi. Parcheggio davanti al KasbahHotel Tombouctou - Erg Chebbi, sfumacchio una paglia veloce, tracanno una birra ghiacciata seduto davanti alla piscina con il Ciocio e poi, tutti insieme, ci facciamo una cena luculliana. Stupidamente, io e Angela non partecipiamo al rito della moka e alla passeggiata notturna sulle dune. Jet-lag? Mal d'Africa? O semplicemente stanchezza? Non sappiamo. Siamo crollati in branda, esausti... Le foto che il Tab ed Elena ci mostrano, l'indomani, ci fanno capire che anche nel deserto, lontanissimi dall'acqua, è possibile prendere un granchio. Mannaggia.

L'Erg (© Elena Biondi & Luigi Tabellini)
Dromedari in love.  (© Elena Biondi & Luigi Tabellini)
Dromedari in love (2). © Elena Biondi & Luigi Tabellini
Mentre noi "ronf", loro drink. Tasting italian black coffe. (© Elena Biondi & Luigi Tabellini)
25 aprile 2016, lunedì. Merzouga: Dai, facciamo qualche presentazione. Intanto, Luigi Tabellini, per tutti il “Tab”, e la sua compagna/moglie/fidanzata/ragazza. Non ricordo lo stato civile che li accomuna: sono sicuramente una coppia, bolognesissima, che ha – in questa comitiva, della quale noi siamo novizi – un compito particolare. Il Tab, oltre che fotografare e guidare, smanetta le mappe Garmin, nel senso che crea dei files coi percorsi e con gli indirizzi precisi. Così, in ossequio alle poche regole che il Ciocio ci chiede di rispettare, tutti sono liberi di girovagare, ma sanno dove andare. Ha telecamere ovunque, anche sul pisello e si dice in giro che abbia addirittura miniaturizzato una GoPro per seguire il percorso del cibo. Elena, invece, sta sempre con la macchina fotografica in mano, e siccome ha due mani (come tutti i primati) e un'ottima capacità, scatta immagini da ferma, in movimento, in equilibrio e in bilico. Insomma: avete presente quei pazzi che fanno le foto al Giro d'Italia? Ecco. E dopo tanto penare, sono riuscito ad avere un'immagine di loro insieme...

Elena Biondi e Luigi Tabellini
Poi voglio presentarvi due dei miei idoli: Enrico Pedrini, medico chirurgo ginecologo e console del Costa Rica, e sua moglie Gabriella Arrò. Non vi dico il dottore: parla quattro o cinque lingue, forse sei, è un degustatore di sigari, snocciola competenza di vini e brandy superinvecchiati, termina ogni giornata con massaggi e spa, s'intende di astronomia e racconta storie di vita vissuta che un essere umano normale non potrà mai vivere. Ci sono due cose che mi fanno impazzire di lui: la prima, è che riesce a visitare le sue pazienti (è un ginecologo, capite???) anche in mezzo al deserto, proprio come quel dottor Raniero impersonato da Carlo Verdone. Tu percorri una pista, dietro alla sua Guzzi Stelvio, e improvvisamente lo vedi che si ferma. Si sfila il casco, estrae un Motorola Razor GSM dalla tasca, e risponde. “Sì, signora, sono io, mi dica. No, non mi disturba affatto! Sono nel deserto del Marocco, ma ho linea. Dica, è arrossata? Va bene, non si preoccupi. Mi prende un antisettico antiflogistico vaginale e un antimicotico. Poi mi dice se ha perdite ed eventualmente mi richiama. Se c'è bisogno, prendo un aereo e arrivo...
Così, capite? La seconda, è che guida una Guzzi Stelvio.
Gabriella lo segue ovunque. Si spancia dalle risate, quando faccio notare che ne ha vista più lui in un giorno che io in tutta la mia vita, e prepara la moto come un perfetto maschio motociclista. Si amano alla follia e le immagini lo dimostrano...

Enrico e Gabriella, sulle sabbie dell'Erg. Inutile dirvi che:" © Elena Biondi & Luigi Tabellini"
Questa era troppo bella... Non potevo non metterla! (© Elena Biondi & Luigi Tabellini)
Vi presento anche Remigio Saglietti e Anna Brunetto. I due cavalcano una bella GS ADV e anche se il primo dice che odia i tornanti, segue il gruppo ovunque vada. Pare che dietro la politica economica del governo, ci siano proprio loro. Ricordate il "governo ombra"? Loro ne fanno parte e io qui ve lo rivelo: lavorano nel campo bancario, ma in realtà sono quelli che tirano le fila! Grandi!

Ladies and Gentlemen, Anna and Remigio!
Non appesantisco troppo, dai. Per ora mi fermo qui. La prossima tappa ci porta da Merzouga a Boumalnes du Dades. Vi racconto di  altri "perfetti sconosciuti", di chilometri e dell'infinita gioia di quest'inaspettata Africa. 

© Lorenzo Borselli. Tutti i diritti riservati.


4 commenti:

  1. Rileggere del nostro viaggio mi fa rivivere quei momenti bellissimi e gioiosi passati insieme. Non vedo l'ora di ripetere. Grazie, sono onorato di aver contribuito con i miei scatti al tuo diario. Un lampeggio, Tab

    RispondiElimina
  2. bellissimo rileggere questi momenti!!! grande GAS!!

    RispondiElimina
  3. bellissimo rileggere questi momenti!!! grande GAS!!

    RispondiElimina

Dì pure quello che vuoi. Pensa, quello che vuoi. Solo, non essere offensivo...