mercoledì 17 agosto 2016

Marocco 2016, parte prima. "Il perché dell'Africa" (الماضيتان عام 2016، من جانب واحد الوجاهة. ايل بيرش دي أفريقيا)

Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende nel silenzio.

- Antoine De Saint-Exupéry -

Mukke e Guzzi: transumanza sulle strade di Rissani, oasi dell'Erg nella provincia di al-Rashidiyya  
Metto in folle lungo la discesa che da Imlil scende fino a Asni (أسني). C'è una pendenza decisa, non estrema e così la moto scende placida, in armonia con l'educazione della gente che ci osserva e che ricambia la cortesia con un cenno di saluto. Siamo al centro del Marocco, a due passi dalla piana di Marrakech, perennemente spazzata dal vento che accelera sulle pendici dell'Atlante, dove siamo adesso, e che spinge al cielo quella sabbia che poi ci ritroviamo in Europa, mista alle pioggerelline di Scirocco che tinge le nostre nevi di giallo.
Ecco: il Marocco è tutto qui, in una discesa. Letterale, ideale e soprattutto geografica, da Tangeri, dove il traghetto della GNV ci ha scaricato, fino a Essouiria, dove abbiamo rimesso le gomme verso nord.  Francamente non avrei mai pensato che un viaggio in gruppo, tutto organizzato da un soggetto coi capelli lunghi e che per giunta si fa chiamare "Ciocio", insieme a tanti perfetti sconosciuti, potesse lasciarci così tanta emozione dentro. E' stata un scoperta, ciò che in fondo il viaggiatore cerca.
Per questo inizio questo racconto dalla sua metà, chilometro più o chilometro meno: perché è qui che tutto ha cominciato ad avere un senso. Quando uno parte, non sa perché. Sì, insomma, parte perché vuole vedere cose nuove, facce nuove, mangiare e bere diversamente, cambiare il cielo sopra la testa e la terra sotto i piedi. Mi sbaglio?
Credevo che nella vita e nei miei viaggi avrei tenuto fede al mio tanto ribadito (e millantato) proposito di fare tutto da solo: ideare una strada, seguirla dandole un senso, trovarci cibo, riparo e crescita. Soprattutto, cavarmela.
Invece, ecco che a un tratto arriva lui: Ciocio.

Ciocio. The most wanted driver by the Royal Gendarmery
Ciocio, al secolo Massimo Cavallo, di lavoro fa il viaggiatore. Un po' come Marco Polo, ha prima esplorato e tracciato il mondo, e poi ne ha fatto commercio, per conto della NWSE. Conosce questi posti come le sue tasche e vi porta in giro i suoi clienti, che poi se ci pensi sono più amici che altro. Il suo lavoro è quello di farti viaggiare in luoghi che proprio ospitali, nell'immaginario collettivo, non lo sono più, facendoti sentire sicuro. Lui ti segue col suo Cherokee rialzato e iper-tassellato, si atteggia un po' col suo telefono satellitare (ma in Marocco ci sono wi-fii dappertutto) e alla sera, dopo averti raccontato le sue epiche e mitologiche avventure, si tira indietro i suoi capelli - alla Jack Kerouac in on the road - e avvia una gigantesca moka Bialetti da 24 tazze su un ipertecnologico fornello da campo...
Poi vi dico.
Ci è stato presentato, a me e Angela, da Paolo Molinari, una vecchia birba trentina che serve lo Stato come me, e che racconta strane storie su eroi nazionali e ladri di cavalli...
Comunque: inizialmente non ero tanto convinto, ma la voglia di visitare il Marocco in moto, nonostante i minacciosi venti islamici che spirano sul nostro mondo contemporaneo, complice anche la voce rassicurante del Ciocio, ci hanno fatto decidere. Ok.
Così, il 21 aprile, di buon mattino, la mukka si accende nel garage di Campi Bisenzio, e parte decisa verso Genova, dove un gruppone di 16 moto, tutte BMW ad eccezione di una Varadero, una Guzzi Stelvio e due KTM, aspettano impastoiate in attesa che il ventre della nave si apra per noi.
Ci aspettano due giorni e mezzo di navigazione: Angela ci raggiungerà a Fes, in aereo.

Genova, 21 aprile. Tutti in coda. A sinistra Silvano, Remigio e più avanti, sulla destra, Antonio. Non li conosco ancora.
Il buongiorno, si dice, si vede dal mattino: Paolo, che la mena da secoli sulla preparazione dei suoi pellegrinaggi, ha tutto con sé. Probabilmente anche padella e cateteri vescicali, ma il passaporto no. E' rimasto in cucina. Così, anche se decidiamo comunque di accettarlo nella compagnia, decidiamo di legarlo in un corridoio della nave: in questo modo lo Schützen, ovvero il bersagliere tirolese - :-) - è reso inoffensivo.

Schützen in cattività
La nave va. Facciamo sosta a Barcellona e poi, dopo un viaggio che sembra infinito, finalmente spunta lei, The Rock, la Rocca di Gibilterra. Confesso che l'occidentale che è in me, trovandosi in prossimità di quello che una volta era il confine del mondo, tracciato dalla forza di Ercole che divise la montagna creando lo stretto, delimitandolo tra le due colonne che portano il suo nome e ammonendo i futuri avventurieri del mare lasciandovi scritto “nec plus ultra”, prova un violento brivido lungo la schiena.
Ancora oggi, a millenni di distanza dall'impresa (che nulla aveva a che fare con le dodici fatiche che gli autori greci e romani hanno fatto arrivare fino a noi, consegnandole di fatto alla "nostra" eternità), è impossibile restare indifferenti. Quindici chilometri scarsi di oceano, profondissimo però, che contrappongono due mondi e due culture, una, alla quale apparteniamo e l'altra, verso la quale stiamo andando. L'Estrecho de Gibraltar: alla destra del traghetto, Punta Tarifa, cui si contrappone dall'altro lato l'exclave spagnola di Ceuta, dominata dall'altura di Jebel Mussa, in territorio marocchino.

Gibilterra. The last landscape of Europe
Oltre il bastimento, l'ultima propaggine dell'Andalusia
Comunque, mentre Paolo cerca ancora di capire se dietro il sorrisetto compiaciuto del poliziotto marocchino ci sia una qualche speranza di ottenere il visto d'ingresso, nonostante il passaporto nella cucina di Caldonazzo, o se invece - come noi speriamo - ci sia la soddisfazione di respingere - finalmente - un occidentale che cerca di sbarcare in Nordafrica, la prua della nave fa placido ingresso nel porto intercontinentale di Tangeri Med. Mi sfumacchio una paglia insieme a Enrico Prat, il caballero piemontese che porta al trotto un'intramontabile Honda Varadero. Parliamo dei suoi trascorsi sciistici e della sua caduta sulle rocce di Zermatt, interrotti prima dallo sbuffo di una balena e poi dalla voce dell'altoparlante, che ci ordina di ammassarci nella hall per scendere in garage.
Il gruppo scende compatto: solo io – e lo sottolineo, per esaltare lo spirito di umana e misericordiosa carità che mi contraddistingue – scelgo di restare aderente a uno dei principi inderogabili dei Navy Seals (no one stays behind) e quindi, dopo aver sbrigato le formalità doganali, mi fermo ad aspettare Schützy, tenuto in ostaggio dallo sbirro magrebino.
Appena scesi dal traghetto, mostriamo il nostro passaporto vistato a bordo dall'amichetto in divisa di Paolo, alla polizia, che poi ci indirizza al varco doganale vero e proprio, dove già centinaia di veicoli di ogni tipo si sono messi in rispettosa coda (ahahahahahah!) per accreditarsi in ingresso. La procedura è questa: una volta parcheggiato, bisogna mostrare a un doganiere il visto, la carta di circolazione provvisoria che abbiamo potuto stampare in Italia su uno speciale link del ministero degli esteri, e far inserire sui terminali della sicurezza nazionale tutti gli elementi identificativi di conducente e veicolo, che dovranno poi essere ricontrollati al momento di uscire.
Dopo un paio d'ore ecco Paolo: ce l'ha fatta! Cammina un po' sciancato, e solo i più arguti di noi intuiscono il perché. L'importante però è che sia dei nostri e così, dopo aver acquistato un'assicurazione temporanea (in Italia procedure così ce le sogniamo, sic…), possiamo finalmente partire.
Ognuno - questa è la regola che Ciocio ci ha chiesto di rispettare - potrà fare il percorso che vuole, ma deve comunque indicarlo. Molti di noi hanno già un numero di telefono marocchino, viste le tariffe del roaming e così, comunque connessi, partiamo per Fes.
Io e Paolo scegliamo di aggirare il muro di Ceuta: percorriamo verso est la N16 e costeggiamo le pendici di Jebel Moussa (‫جبل موسى‬‎), che coi suoi 839 metri sul livello del mare rappresenta la metà naturale di Gibilterra. Lo spettacolo è dei migliori.

Jebel Moussa e lontano, oltre il mare, Gibilterra
Mukke in posa sull'Estrecho
Dopo una primissima "casta" pipì nei cespugli del Nordafrica, Gas e Schützy decidono di raggiungere Fnidq (الفنيدق), che percorrono lungo il suo struggente ed europeissimo lungomare prima di imboccare l'unica e brevissima autostrada a pagamento che faremo in tutto il nostro viaggio, la A6 Mediterranea, fino a Tétouan (‫تطوان‬‎) e da qui, imboccando la N2 e la N13, verso Chefchaouen (i‫شفشاون‬).
Il tragitto meriterebbe già da queste prime città, una sosta: ma il tempo è tiranno e la strada molto lunga. Aggiungete che dopo due giorni e mezzo di navigazione e di menù GNV, la fame è tanta.
Il problema è: cosa mangiamo?
Così, mentre ci scervelliamo, percorriamo un lungo tratto di N2, in un clima di rigogliosità quasi “toscana”, con gli occhi sempre aperti (e il gas chiuso) per via dei  checkpoint degli agenti di  Gendarmeria Reale e Sicurezza Nazionale, i primi appostati nelle aree rurali, i secondi agli ingressi di ogni centro urbano. Hanno bande chiodate, telelaser e telecamere sulla divisa: e tutte le dicerie sulla loro facile corruttibilità, sembrano destituirsi di ogni fondamento, man mano che percorriamo questo lembo d'Africa.

Lungo la N2
Minareti e...
Polpette (kefta)...
Costeggiamo campi, attraversiamo comuni rurali e incontriamo anche qualche motociclista che si dirige lesto verso Tangeri Med: la nave che ci ha portato qui, infatti, ripartirà a tarda sera. Abbiamo anche il tempo, io e Paolo, di tentare un approccio con tre motociclisti cechi, ma otteniamo in cambio solo l'inequivocabile gesto di uno di questi che ci manda a fare in culo. Le polpette, che credo di aver mangiato in un paesino che si chiama Zinat Tetouan, erano incredibili, piccanti, caldissime e anche abbondanti, e il pane azzimo che le accompagnava eccezionale. Si chiamano Kefta... Peccato non aver trovato alcun corrispondente in TripAdvisor, altrimenti cinque stelle non gliele toglieva nessuno...

Paolo alle prese con un radar. Che in effetti poi c'era...
Gas in posa...
E poi, arriviamo a Fes. Siamo ovviamente gli ultimi: siamo partiti dopo, abbiamo fatto una strada più lunga e scattato già un centinaio di foto. E Fes?
Beh, ora scrivo...
Rimetterò insieme gli appunti di viaggio, parlerò dei ragazzi e delle ragazze che hanno condiviso con noi questa strada e violerò, già lo dico, il copyright di Tab ed Elena, due bolognesi doc con la passione della moto, dei viaggi e della fotografia.
Serve solo un po' di pazienza...

Lorenzo Borselli © All Rights Reserved

6 commenti:

  1. Concessa autorizzazione all'utilizzo di tutto il materiale che vuoi... Ora mi toccherà mettermi dietro a fare anche l video così potrai pubblicarlo... grande GAS

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  2. Grazie Tab!!! Se riesci, qualcosa la butto sù...

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  3. Bravo GAS.....
    non so quante volte sono stato in Marocco, ma sembrava la prima volta.....
    Non è vero che mi atteggio con il satellitare avevo un semplice telefono....
    Bello.... molto bello... bravo

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  4. Lorenzo, quando ti prenderai una macchina fotografica vera?

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    1. quando avrò i soldi! quella vera, che avevo in gioventù, la dimenticai sul tettuccio della Panda, insieme a un'intera trousse di obiettivi, tra cui un 800 della Tamron. è successo più o meno nel '91. Ancora piango.

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