sabato 20 agosto 2011

Dalla Val Carlina alla Valle del Rio Pradarena, tutto d'un fiato

Near Montese (Modena)
Come decidere se, una volta stabilito un certo itinerario, sia meglio percorrerlo in un senso o in un altro? In genere tocca all'emisfero cerebrale dominante scegliere ma... siamo sicuri che, per quanto razionale, sia la scelta giusta? Prendi la Corsica: su tutte le guide c'è scritto di girarci attorno in senso orario, per evitare di stare troppo vicini ai burroni e alle scogliere ma, parola di giovane marmotta, non vedi sostanzialmente un cazzo.
Allora, viene da dire, non è una questione di razionalità, ma di semplice sicurezza...
O di orientamento. O di abitudine. 
L'avevo sempre fatta in senso orario, salendo direttamente all'Abetone, valicando il Passo delle Radici per poi infilarmi dentro le pieghe dell'Orecchiella, sbucando poco sotto la Pradarena, attaccare la valle del Secchia verso  la sommità del valico, da cui mi lanciavo in vorticose pieghe sul lato emiliano della catena, bucando Villa Minozzo e prendere la rincorsa verso Febbio e Piandelagotti, per chiudere infine il cerchio su Sestola, Fanano e Rocca Corneta. Una bella sgropponata, vero? E questo a farla in un verso o nell'altro.
Parto da La Ca', frazione di Lizzano in Belvedere, capoluogo della Val Carlina e dirigo la mukka verso Montese, ma prima di lasciare la spianata del Dardagna parcheggio sul piazzalino di Corona, dove il 12 dicembre 1944 cadde in combattimento il partigiano Antonio Giurolo, il Capitano Toni
Sono un motociclista e penso che se dovessi morire, mi piacerebbe farlo in un posto come questo. Mi piace pensare che Toni, prima di chiudere gli occhi, abbia avuto il tempo di guardare questo spettacolo.

La Val Carlina: da sinistra il Monte Grande (che grandinata quella volta eh?), la Nuda, lo Spigolino e i contrafforti della Riva. Oltre, sulla destra, il passo della Croce Arcana
Sfreccio sulla SP71 e dopo aver varcato il primo confine della giornata, quello con la provincia di Modena, arrivo a Maserno. Non ci sono più i doganieri del '700 e contrabbando il carico di benzina e lardo senza particolari problemi. Nel centro di Maserno la vista del cartello che indica il parcheggio della discoteca Masiparero mi colpisce dritta al cuore: in quel posto ballavano già ai tempi dell'uomo di Similaun, in piena Età del Rame, circa tremila anni prima di Cristo. Bellissimo, ma non è tutto: poco più avanti, a Montese, c'è la Buca, altro discoclub tuttora in voga.
Una mia piccola amica direbbe: minkia!
Qui passano gli anni e se ripenso che negli anni '80 coprivo la distanza col mio Peripoli Oxford da 50cc, mi cade la catena...
Fortuna che la mukka ha il cardano! 
Quando lascio la SP27 Fondovalle, per tagliare oltre e raggiungere Lama Mocogno, vedo la punta del Corno alle Scale che fa capolino. Non resisto...

Il Corno è là ma voi, scommetto, non lo vedete... Volete una zummata?
Beh, qui... Ma se ancora non ci credete...
Azz, siete proprio come San Tommasi eh? Soccia che zoom!
Le indicazioni per Lama Mocogno mi portano a imboccare niente meno che la SS12 dell'Abetone e del Brennero, strada che il gesuita Leonardo Ximenes progettò nella seconda metà del '700 per sottrarre le merci del Granducato ai dazi del Pontificio, unendo Firenze a Mantova senza passare per le giurisdizioni papali. La strada venne ideata per stare il meno possibile in quota, a differenza di arterie come la Via Vandelli, che indugiava troppo sulle Apuane. 
Sarebbe il paradiso per ogni moto, ma la mia qui gode letteralmente e devo domarla con decisione quando, al bivio di Lama Mocogno, svolto a destra verso la frazione di Piane di Mocogno. Siamo in pieno Frignano e da questa parte non c'ero mai stato. Le piste da sci potrebbero anche dire qualcosa, nonostante la modesta altezza della cima più alta (monte Cantiere, 1617 metri), ma quello che qui sconvolge è la bellezza del bosco, la finezza dell'aria, la dolcezza dei declivi. Bellissimo, davvero.
Oltre i prati, boschi di querce, faggi, castagni e abeti. Manca nulla?
Avrei voluto passare più tempo, su quei pratoni: mi capita di rado e una bella copertina, un panino di patate con mortazza, una coca zero e per finire un sonnellino, sarebbero stati l'apoteosi.
Spettacolo no?
Ma, come dicevo, la strada chiama e nonostante la bellezza del giorno lo stomaco mi fa male proprio all'altezza dell'epigastro, con tutti i muscoli della pancia contratti come se s'impadronisse di me una certa angoscia di natura pulsionale. Quando innesto la prima marcia si accende una bruttissima spia di colore arancione: la gomma di dietro si è sgonfiata e il computer di bordo mi dice di controllare l'olio.
Metto la mukka sul cavalletto e controllo dall'oblò: sembra tutto a posto. Per il controllo delle gomme dovrò trovare un benzinaio.
La strada che faccio è quella che mi porta verso Villa Minozzo: subito subito c'è la SP28 di Palagano, che in dialetto modenese si dice Palaghen. L'assonanza col latino palaga (pepita) indica che, forse, da queste parti si trovava l'oro. Io non ne trovo e anche con la strada comincio ad avere qualche difficoltà: non ho la cartina! Inizio a seguire le indicazioni per Montefiorino, capitale appenninica del tartufo e repubblica partigiana. Seguo l'odore e imbocco la SP486. La provincia di Reggio Emilia è alle porte e con essa l'apogeo del mio viaggetto. Mentre passeggio sulla strada, la silhouette del Cimone attira la mia attenzione. E' una piramide a tre facce, visibile perfino dalle Prealpi Vicentine, ma ora comincia ad essere lontano...

Il Cimone da Palagano
Considerando la risoluzione spaziale dell'occhio umano, la cima del Monte Cimone è il punto geografico dal quale si vede più superficie italiana. In condizioni di ottima visibilità, infatti, si può scorgere all'orizzonte tutto l'arco alpino, il mar Adriatico, il monte Amiata, l'Argentario, il Tirreno, l'isola d'Elba, la Corsica e l'isola di Capraia. Sono un po' fissato con queste cose, lo so, ma quando mi piglia, mi piglia... Passo Montefiorino e mentre curveggio sulla SP38 ecco che una delle piste più affascinanti dell'Appennino mi appare davanti: è la nera di Lamarella, sull'Alpe di Civago. E' una pista che sa di preistoria (se vuoi approfondire, clicca qui) e ogni volta che mi capita di osservarne il tracciato, mi prende una certa inquietudine.


Il versante settentrionale del Monte Giovarello, su cui si snoda il tracciato della nera, consente agli sciatori di scendere con vista sul Monte Cusna, sul Cimone e sulla Pietra di Bismantova. E il nome della stazione, Appenninia... Non so... Nel dubbio proseguo e arrivo a Febbio, dove è cresciuto Giuliano Razzoli... Mi sarebbe piaciuto fermarmi e mangiare, ma qui mi prende la nostalgia del passato. Fare in moto certi percorsi non mi fa affatto bene. Vabbé che mi faccio male da solo, ma... eccheccazzo!

Febbio...
E poi imbocco la SP18, che da Villa Minozzo porta verso Ligonchio e, infine, al Passo della Pradarena. La strada è affascinante, perché si chiude verso la sommità del valico. I tornanti si susseguono e qui avere del motore sotto il culo dà proprio una sensazione entusiasmante. Nei pressi di Ligonchio aggancio un trenino di tre moto: una Monster, ultima, e due Transalp. La Ducati la sorpasso quasi subito, mentre il primo dei due Transalp decide di non farmi passare. Comincia a dare gas e sbircia nervoso lo specchio, ma il carro Lince su cui mi trovo è troppo per lui. Accendo i due fari supplementari e gioco col gas in rilascio, approfittando dell'apertura dello scarico. Al primo scoppio sgrana gli occhi, e li vedo distintamente dalla visiera del casco che si riflettono sullo specchio; al secondo botto inizia ad agitarsi e vedo che allunga una traiettoria; al terzo scoppio lui esita su un tornante destrorso, dove ingrano la prima e sparisco prima che possa spostare lo sguardo. Quando guarda nel retrovisore io sono già davanti a lui. Il primo della fila si mette disciplinatamente da parte e mi fa sfilare. Al passo, 1579 metri, arrivo poco prima delle due del pomeriggio: sgrano un panino, bevo una coca e ascolto le chiacchiere del terzetto sorpassato. Uno dei tre è stato appena lasciato dalla moglie e gli altri due ridacchiano sul suo futuro... Cazzo avranno da ridere?
Dopo il passo la SP18, diventa la SP12. Ne percorro un poco appena, alla ricerca di un orrido (che non è quello di Botri) e di un lago. 

Il lago di Vicaglia
Lo trovo (il lago) nel comune di Sillano, poco sopra l'orrido (che non è quello di Botri). Non sarebbe così mencio, il  lago di Vicaglia, se non fosse che l'hanno un po' svuotato per ripulirlo. Le acque sono pure e freddissime. Mi fermo per questa foto e osservo una coppia di quattordicenni che si mangiano con gli occhi. Lei ha un paio di top pants, tipo Daisy Duke, e una camicetta rossa annodata sotto il seno ancora acerbo. Lui ha i capelli fonati, un paio di scarpe senza lacci e due cuffiette bianche che ciondolano dalle orecchie. Forse ha anche un po' di acne, ma è l'età e qualche self-sex-touch di troppo, credo... Credo anche che se, alla sera, faranno l'amore, sarà per iniziativa di Daisy. Lui ha proprio la faccia da Cletus. Entro nel parco dell'Orecchiella e la strada che faccio è da cartolina. Se fossi un pittore e dovessi dipingere un castagneto su una tela, verrei qui.

Il castagneto dell'Orecchiella
Da qui in poi il gas è al minimo. Scivolo lento verso il Passo delle Radici, passando da Casini di Corte, da dove parte un itinerario scialpinistico che conduce fino ai 1982 metri del Monte Vecchio. Nessun impianto, qua, ma tanta natura. Supero il centro visite del Parco Nazionale dell'Appennino Tosco Emiliano e imbocco l'antica strada dei Patatai, che mi porta ad un villaggio incantato...

L'alpeggio "Pruno"
E' l'alpeggio Pruno, che associo a una giornata motera percorsa in senso orario. Ricordo una sosta, una foto che non ritrovo, un pensiero (o un sogno) che non ha avuto seguito (o che non si è realizzato). Meglio proseguire, allora, e una volta riagganciata la SS324 l'atmosfera soft lascia il posto a una guida più hard. Al Passo delle Radici i tirchioni che servono il caffé sono incredibilmente longevi. Non si staccano nemmeno un momento dal bancone. In vendita ci sono oggetti interessanti, come alcuni libri introvabili altrove, e altri decisamente kitsch. Prendo un caffè e un libro. Mentre esco uno dei due tirchioni, che credo sia nato nel pleistocene, mi guarda torvo. Aguzzo l'orecchio e lo sento distintamente chiedere, al collega tirchione (forse sono fratelli) ma l'ha pagato quello? Che roba.

Epilogo

Il giro non è finito. Scendo a Pievepelago e raggiungo Sestola, Fanano e infine arrivo a casa, a La Ca'. Ma al Passo delle Radici ho chiuso idealmente un percorso e con esso l'angoscia che per tutto il giorno mi ha accompagnato. A casa, mentre cuocio una pastasciutta, mi metto a fissare il cielo dal terrazzo. Sto quasi per esplodere, ma non accade.
Parlo di bici e di vita con il telefono mentre il sole è già basso, oltre la Riva.
Quassù dicono: a vag a let...


Copyright © Lorenzo Borselli tutti i diritti riservati

2 commenti:

  1. la tua descrizione mette appetito(nel voler divorar kilometri), solo a leggeere mi riempi gli occhi, mi fai assaporare i vari odori della natura, poi , guardando le foto da te posate, mi fai sognare di essere in un altro stato, in un altro continente, contemporaneamente, vorrei portarti con me nelle mie strade, partendo da A per arrivare a B, ma senza scegliere il tracciato e, senza darsi un orario d'arrivo!! prima o poi ci riusciremo e sarò curioso di leggere quello che scriverai!! un lampeggio, Carlo, (Renato x gli a(Ne)mici

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  2. L'importante sarebbe vendere la treggia...

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