mercoledì 31 agosto 2011

Road End?

Vicolo cieco o strada senza futuro?
Era davvero arrivata la fine del tracciato? La moto, quel gigante di ferro e plastiche, sembrava piccina, ora che l’aveva parcheggiata sulle pendici della montagna.
Il rumore del motore si era spento, si era fermato il ciclo termodinamico che lo scaldava e che spingeva  sul cardano.


Solo il rumore del cavalletto laterale con lo scricchiolo della piastra sul pietrisco aveva per un attimo rotto il silenzio profondo che si era sprigionato quando anche il secondo dei due cilindri aveva trovato quiete.
Ora il cielo aveva perso lucentezza e splendore e oltre la linea dell’orizzonte pareva che un fuoco sacro avesse incendiato gli antipodi. Perfino gli insetti si erano fermati a guardare quello spettacolo e anche il ticchettio del raffreddamento del propulsore si era zittito, in attesa che al rosso seguisse il turchese del crepuscolo che sfuma sul nero della volta stellata.
Cazzo, nemmeno una nuvola.
Segno che c’era un’anima, dentro quegli ingranaggi?
Forse.
Se c’era, se c’è, la sintonia con Gas era perfetta, allineata al millimetro nonostante il gioco delle valvole.

Foto di Isabelle Candiard & Thierry Cogrel
Il fatto è che il motore era spento, il sole era calato, la luce del giorno non c’era più e la volta era diventata terra di nessuno. Non c’era luna, non c'erano stelle o uccelli.
Nulla.
Era la vertigine del vespro: come l’attimo che precede il tuffo, quando sei paralizzato, sulla scogliera, e vedi il mare che si infrange sotto di te, o su un canalino stretto, così stretto che punte e code degli sci toccano le rocce e non trovi il coraggio di saltare per invertire e scendere, anche solo di qualche metro.
O come quando ti ritrovi appeso in corda doppia sulla parete del Tana Malìa, e non riesci a dire alle tue gambe che devono slanciare e accompagnare il corpo sospeso nel nulla.
La tensione è così tanta che resti immobile, inchiodato.

Foto di Andrea Saltarelli
Ma basta un attimo e quel “vai” elettrico che dalle cervella sfreccia alla velocità della luce fino agli arti arriva a destinazione e riesci a tuffarti, a saltare nel canalino, a slanciare e accompagnare il corpo lungo la parete dell’orrido del Tana Malìa.
A quell’istante di paralisi completa, di immobilità assoluta, di inerzia e terrore, segue un momento di paura adrenalinica, con il cuore che pulsa nella carotide e con lo stomaco che risale il duodeno e ti spinge i succhi gastrici fino alla bocca.
Strizzi gli occhi, perchè il sapore è repellente, ma non puoi sputare.
Sì. Quell’attimo di profonda solitudine che aveva seguito lo spegnimento del motore era coinciso con l’addio del sole alla giornata più bella e limpida che Gas avesse mai visto e così la paura del buio e di quella silenziosa solitudine lo aveva lasciato sconvolto.
Ed esausto, perché aveva corso tanto prima di arrivare lì e sperava in un sole più duraturo, in un crinale più agevole e scenico.
Voleva che quel tramonto sublimasse la giornata e non che la cancellasse, e questa, forse, restava la sua paura più grande.
L’oblio.
Così si preparò per la notte e mise la mukka al sicuro, in un riparo di fortuna. Un caprile antico o una baracca di qualche stradino, non lo so.
Però rimase a guadarla e mentre lo faceva pensava che era bello.
Un piccolo fuoco scaldava il bivacco.
Il fango e la polvere della strada non erano riusciti a offuscare la lucentezza di certe cromature e nemmeno il silenzio della quiete che era seguito all’interruzione del ciclo termodinamico la facevano sembrare addormentata.
Era lì, con la sua anima fredda (perché spenta?) e rabbiosa, a proiettare strane ombre sul muro dietro di lei.
Avete presente la luce che sprigiona dal fuoco?
È soffusa, calda, non sta un istante ferma, non si ripete mai, nemmeno per un attimo. L’effetto era quello degli alari di un camino, che riesci a vedere nelle pareti di casa mentre fuori nevica. Li vedi, ma non li cogli, perché restano solo un attimo e poi si spostano.
È inutile, non ce la fai.
Così, finalmente, si addormentò…

[...continua...]

Copyright © Lorenzo Borselli tutti i diritti riservati

8 commenti:

  1. a scuola ci insegnano che dire "il racconto è bello" non basta.. che paradossalmente non voglia dir nulla, troppo generico!!!
    ma cosa cavolo ci insegnano??
    basta eccome se basta...
    è bello, lore, il tuo racconto..tanto!
    e basta, sì che basta, xk altre parole sarebbero di troppo!!
    barbara

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  2. Che bella cosa che hai scritto... Grazie!

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  3. ...ma guarda il mio allievo che razza di poeta è diventato! Bravo Lorenzo! Nel tuo racconto c'è l'essenza della passione e dell'avventura, che sia a piedi, in corda doppia lungo una partete strapiombante o in moto, è la stessa: "l'avventura della vita".
    Ti abbraccio e...contina a scrivere, sei bravo.

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  4. Certe passioni ce le abbiamo dentro, professore... A questo servono gli insegnanti bravi...

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  5. sono stato tante volte accanto a te , la sera dopo cena, fino a tardi, a scrivere quel manuale a 6 mani(6meno meno)MA MI FOSSE RIMASTO ATTACCATO QUALCOSA??' NEMMENO UN H!!! vorrei ricoinvolgerti in qualcosa ( è per darmi una mossa Io)....hai il dono di una scrittura che arriva dritta ai sogni, ai ricordi, particolari che ti fanno vivere quei momenti anche se sei seduto comodamente sulla poltrona!! Carlo

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  6. Francesca Bozano2 settembre 2011 16:07

    Che dire, già solo così a colpo d'occhio, proprio non sfugge come, fra i vari sport, pratichi a livelli estremi pure la narrazione: splendido racconto!

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